Madonna di Piedigrotta

Parrocchia S.Maria di Piedigrotta – Napoli

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Category Archives: Archivio Catechesi parroco

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Catechesi del parroco – Maggio 2024

Archivio Catechesi parroco

Salve, o Regina! È la preghiera che rivolgiamo a Maria.

Salve, Regina, madre di misericordia,
vita, dolcezza e speranza nostra, salve.
A te ricorriamo, esuli figli di Eva;
a te sospiriamo, gementi e piangenti
in questa valle di lacrime.
Orsù dunque, avvocata nostra,
rivolgi a noi gli occhi misericordiosi.
E mostraci, dopo questo esilio,
Gesù, il frutto benedetto del tuo seno.
O clemente, o pia,
o dolce Vergine Maria.

Carissimi parrocchiani,

ci apprestiamo a vivere il mese di maggio: mese in cui celebreremo la festa dello Spirito Santo, mese della mamma e di Maria, e quindi del Rosario. In questo tempo siamo chiamati a recitare il Rosario, preghiera che raccoglie piccoli e grandi attorno alla nostra statua della Madonna di Piedigrotta, o presso le edicole e le case dove abitiamo.

Una volta, la preghiera del Rosario era fatta in famiglia, con la partecipazione di tutti, grandi e piccoli. Come sarebbe bello se ancora nelle nostre famiglie si potesse fare, se non tutte, almeno una posta di Rosario, ossia dieci ave Marie. Potrebbe essere l’occasione per rinsaldare l’unità della famiglia e per approfondire e rafforzare la nostra fede e i sui misteri.

Ricorriamo alla Madonna per averne protezione e per imparare da Lei a vivere in modo diverso la nostra vita cristiana e civile.

Invochiamola come REGINA, come diciamo sempre alla conclusione del Rosario, prima delle Litanie: “Salve, o Regina…” . Maria faccia regnare nei nostri cuori, nelle nostre famiglie, nei nostri quartieri e nella nostra città di Napoli,  l’amore, la fratellanza, il rispetto, la cultura della vita, il gusto del lavoro, il bene comune nella politica, la cura del creato e delle cose.

A Maria “Regina”, madre di misericordia, dolcezza e speranza nostra… affidiamo, allora, la nostra vita, le nostre famiglie, la vita dei ragazzi e dei giovani; i nostri ammalati, le persone provate dal dolore, ferite dall’odio e dalla violenza; la nostra comunità parrocchiale perché diventi sempre più “un cuor solo ed un’anima sola”, in questo sinodo diocesano che stiamo celebrando.

Come potrete vedere dalla pagina finale di questo foglietto mensile ci sono diversi appuntamenti per vivere insieme questa preghiera del Rosario: in Chiesa, tutte le sere alle 18,25; per il nostro quartiere il lunedì e il giovedì alle ore 17; l’8 maggio, alle ore 12 con la supplica e Messa alla Madonna di Pompei e con il pellegrinaggio nel pomeriggio del 20 maggio;  con i gruppi della catechesi e le loro famiglie, il 28 maggio, andremo pellegrini nella Chiesa di Santa Teresa a Chiaia, dove arriverà la statua della Madonna di Fatima “pellegrina” e dove si concluderà  il mese di maggio decanale con la santa messa alle 18,30 con il nostro arcivescovo don Mimmo Battaglia e concelebrata da noi sacerdoti.

Ognuno di noi può fare la sua parte.  La Madre di Dio cerca spazio nel tuo cuore tra le distrazioni e gli affanni della vita. Se l’ascolti, t’insegna parole di pace. Se l’accogli, riempie il tuo silenzio di luce. Se la segui, cammina con te incontro al Figlio che ha generato anche per te.

Lasciamoci guidare ed accompagnare da Maria, in questo mese di maggio.

Buon cammino, allora!

Don Piero, parroco

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Catechesi del parroco – Aprile 2024

Archivio Catechesi parroco

Carissimi, in vista dell’assemblea dei Consigli Pastorali Parrocchiali del IV DECANATO, che si terrà presso l’istituto Denza, in data 19 aprile, e in sintonia con il cammino di preparazione al Sinodo condiviso dalle 19 parrocchie che lo compongono, vi proponiamo DUE INCONTRI, in ciascuno dei quali verranno sinteticamente illustrati 2 degli ultimi 4 documenti sinodali, ancora in fase di approvazione. Il tutto nel rispetto dello spirito di comunione e condivisione non solo in ambito parrocchiale ma anche nell’ottica di una sempre maggiore collaborazione all’interno del decanato, individuato, nei documenti sinodali, come strumento più idoneo, almeno al momento, a scardinare l’eccessiva autoreferenzialità delle parrocchie e ad aprirle al territorio. Gli incontri ci permetteranno anche una partecipazione più consapevole all’assemblea del 19 aprile, alla quale, speriamo sarà presente la maggior parte degli operatori pastorali.
Don Piero, parroco; Fulvia ed Ulrica rappresentanti parrocchiali al Sinodo Diocesano

Gli ultimi quattro documenti riguardano:

  1. La figura ed il ruolo dei LAICI ( VIII Sessione Generale: Spiritualità laicale e leadership); Così troviamo scritto al numero 2 di questo documento: “Il Sinodo ha uno scopo prettamente pastorale ed è ricerca comunitaria di un “aggiornamento” e di una attenzione ai “segni dei tempi” come diceva San Giovanni XXIII, aprendo il Concilio Vaticano II. In questo ambito per un sereno servizio alla nostra Chiesa di Napoli si muove tutto il Popolo di Dio, nessuno escluso. Per dare senso ai nostri contributi è stato essenziale avere sempre presente che siamo stati chiamati a dare senso al nostro cammino sinodale, insieme per sognare una pastorale vicina alle donne e agli uomini della nostra città, che sappia comunicare a tutti la vita nuova che viene dalla gioia del Vangelo.
  2. Quali caratteristiche deve avere LA PARROCCHIA di oggi e come interagisce con le diverse realtà laicali che si trovano nel territorio dove vive (IX Sessione Generale: Parrocchia e territorio).Al numero 1 troviamo scritto: “Questo documento ha lo scopo di suscitare il confronto nell’Assemblea sinodale dedicata alla riflessione sulla parrocchia. Porta alla domanda circa la vocazione della parrocchia nel tempo attuale, la cui risposta apre al percorso di ripensamento della proposta pastorale e della ridefinizione della sua struttura. Partendo dal disagio che le comunità vivono sia nel proporre cammini in preparazione ai sacramenti, sia nel coinvolgimento di giovani e adulti, il documento prova a definire delle conversioni necessarie, in gran parte emerse dall’ascolto”.
  3. L’importanza dell’EVANGELIZZAZIONE nella vita della parrocchia e della chiesa tutta (X Sessione Generale: Rischiare il coraggio); Al numero due troviamo scritto: “Il documento non ha come obiettivo quello di descrivere la natura dell’evangelizzazione e le criticità che la rendono complessa nella nostra chiesa locale, ma proprio partendo da questi due dati delineerà quattro dimensioni che si ritengono utili per nuove prassi pastorali di evangelizzazione: il nucleo fondante, il soggetto, i destinatari, lo stile.
  4. La figura del SACERDOTE di oggi e il suo compito (XI Sessione Generale: Date voi stessi da mangiare); Al numero 4 troviamo scritto: “Perché un documento sul sacerdozio a Napoli. Papa Francesco ha affermato che, sebbene l’identità del presbitero sia la stessa ovunque, «il modo di configurare la vita e l’esercizio del ministero dei sacerdoti non è monolitico e acquista varie sfumature in luoghi diversi della terra». Ogni comunità, quindi, ha il compito di compiere un continuo discernimento per riproporre, nel cambiamento, dei tempi la bellezza del sacerdozio ministeriale. Nel suo cammino sinodale, quindi, la chiesa di Napoli, in ascolto del dettato conciliare e dei pronunciamenti successivi dei Sommi Pontefici; memore dell’insegnamento del XXX Sinodo e dei suoi Pastori; pienamente in ascolto del Sinodo dei Vescovi sulla Sinodalità, raccoglie, dal suo passato recente, l’invito a incarnarsi sempre di più nel suo oggi e nella sua storia. Nell’uno e nell’altra, essa vuole sentire l’eco del Vangelo, per consegnare una traccia per discernere il futuro del ministero sacerdotale nella nostra realtà. Le novità che notiamo nelle trasformazioni sociali, infatti, avvolgono la vita della Chiesa ma anche quella del presbitero che in essa nasce, viene alla fede, cresce e matura. La diversità dei tempi e dei contesti impone un rinnovato ascolto della verità del sacerdozio, perché i sacerdoti di questa epoca nuova possano continuare ad avere l’odore delle pecore ed essere «pastori in mezzo al proprio gregge e pescatori di uomini». Non è un caso che, la Chiesa stessa, nella sua dimensione universale, si interroghi proprio sul rapporto che c’è tra ecclesiologia, sacerdozio ministeriale e formazione. Il bisogno di rinnovamento, però, non è un superare la storia, negarla; si tratta, piuttosto, di rigenerarla, consapevoli che è l’uomo che vive dei cambiamenti (formazione, condivisione di valori, cultura, priorità sociali, ecc.), mentre lo Spirito che lo rinnova anche attraverso la vocazione, è lo stesso che fu donato agli Apostoli. Lo stesso è anche il Cristo e, lo stesso, il Padre che lo ha inviato nel mondo. Dio è sempre lo stesso: Colui che «fa nuove tutte le cose» (Ap 21,5).” Questi spunti ci possono aiutare a vivere e a camminare insieme con la nostra diocesi che vive questo Sinodo, ma soprattutto il grande “cambiamento epocale” che la Chiesa e il mondo stanno vivendo.

Trovate questi documenti e anche gli altri sette già approvati sul sito della Diocesi: camminosinodale.chiesadinapoli.it; cliccando Assemblee nel menu iniziale.

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Catechesi del Parroco – Febbraio 2024

Archivio Catechesi parroco

IL CAMMINO DELLA QUARESIMA

“La Quaresima è un viaggio di ritorno da fare con tutto il cuore, senza rimandare. È un viaggio che coinvolge tutta la nostra vita, tutto noi stessi. È il tempo per verificare le strade che stiamo percorrendo, per ritrovare la via che ci riporta casa, per riscoprire il legame fondamentale con Dio, da cui tutto dipende. La Quaresima non è una raccolta di fioretti, è discernere dove è orientato il nostro cuore”. (Papa Francesco)

 

Carissimi parrocchiani,

ci apprestiamo a vivere, a partire da mercoledì 14 febbraio, mercoledì delle ceneri, l’inizio della quaresima, il tempo liturgico in cui il cristiano si prepara, attraverso un cammino di penitenza e conversione, a vivere in pienezza il mistero della morte e risurrezione di Cristo, celebrato ogni anno nelle feste pasquali, evento fondante e decisivo per l’esperienza di fede cristiana.

La Quaresima si articola in cinque domeniche, dal mercoledì delle ceneri alla Messa della “Cena del Signore” esclusa. Le domeniche di questo tempo hanno sempre la precedenza anche sulle feste del Signore e su tutte le solennità. Il mercoledì delle ceneri e il venerdì santo sono giorni di digiuno; nei venerdì di quaresima, invece, si osserva l’astinenza dalle carni.

Durante il tempo di Quaresima non si canta o proclama il “Gloria” e non si canta l’Alleluia; di domenica si fa’, però, sempre la professione di fede con il “Credo”.

Il colore liturgico è il viola, è il colore della penitenza, dell’umiltà, del servizio, della conversione e del ritorno a Gesù. Il cammino quaresimale è:

Un tempo BATTESIMALE, in cui il cristiano si prepara a ricevere il sacramento del Battesimo o a ravvivare nella propria esistenza il ricordo e il significato di averlo già ricevuto;

Un tempo PENITENZIALE, in cui il battezzato è chiamato a crescere nella fede, “sotto il segno della misericordia divina”, in una sempre più autentica adesione a Cristo attraverso la conversione continua della mente, del cuore e della vita, espressa nel sacramento della Riconciliazione.

La Chiesa richiamando e vivendo il Vangelo, propone ai fedeli alcuni impegni specifici:

  1. ASCOLTO più assiduo DELLA PAROLA DI DIO: la parola della Scrittura non solo narra le opere di Dio, ma racchiude un’efficacia unica che nessuna parola umana, pur alta, possiede; Ricordo l’incontro del Centro del Vangelo, il mercoledì ogni 15 giorni alle ore 16,30; il gruppo biblico, il lunedì ogni 15 giorni; oppure da vivere in casa da soli o con i propri figli;
  2. PREGHIERA più intensa: per incontrare Dio ed entrare in intima comunione con lui, Gesù ci invita a essere vigilanti e perseveranti nella preghiera, “per non entrare in tentazione” (Mt 26,41); in questo tempo viviamo il venerdì, alle 19, la VIA CRUCIS, per rivivere con Gesù il cammino che lo ha portato a donarsi a noi sulla Croce; la preghiera della liturgia delle ore (ufficio delle letture e lodi) fatta in chiesa, nei giorni feriali, alle 8,15, dai sacerdoti e se si vuole anche dai fedeli; la preghiera del rosario fatta tutti i giorni in chiesa alle 18,25 oppure in famiglia; il giovedì, c’è l’adorazione eucaristica dalle 17,30 alle 18,45; il secondo giovedì per tutta la giornata.
  3. DIGIUNO ED ELEMOSINA: contribuiscono a dare unità alla persona, corpo ed anima, aiutandola ad evitare il peccato e a crescere nell’intimità con Dio e del prossimo. Scegliendo liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri. Ai piedi della balaustra della nostra Chiesa c’è una cassetta con scritto “cesta di condivisione e di solidarietà”. Possiamo portare durante le domeniche dei viveri a lunga scadenza (latte, biscotti, caffè, piselli, lenticchie, fagioli, ceci, passata di pomodoro…) che saranno distribuiti alle famiglie bisognose della nostra parrocchia; ogni lunedì sera viene distribuito un pasto caldo in vaschette per i nostri amici di strada; la possibilità di fare un po’ di volontariato sia presso la Mensa Caritas decanale all’Arco Mirelli, oppure in parrocchia. Mostriamo concretamente che il prossimo non ci è estraneo.

La Chiesa tutta sta vivendo il Sinodo che si concluderà con il Giubileo del 2025; l’anno che precede l’evento giubilare, il 2024, è destinato a una grande “sinfonia” di preghiera.

“Anzitutto per recuperare il desiderio di stare alla presenza del Signore, ascoltarlo ed adorarlo. Preghiera, inoltre, per ringraziare Dio dei tanti doni del suo amore per noi e lodare la sua opera nella creazione (…) Preghiera come voce ”del cuore solo e dell’anima sola” (…), che si traduce nella solidarietà e nella condivisione del pane quotidiano. Preghiera che permette ad ogni uomo e donna di questo mondo di rivolgersi all’unico Dio, per esprimergli quanto è riposto nel segreto del cuore. Preghiera come via maestra verso la santità, che conduce a vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione. (Papa Francesco, Lettera a S.E. Mons. Rino Fisichella per il Giubileo 2025)

Accogliamo, allora, questo tempo di grazia della Quaresima come una opportunità che la Chiesa ci dona, ogni anno, per rinnovare il nostro cuore e la nostra vita. Chiediamo a Maria, di accompagnare i nostri passi in questo viaggio. Buona Quaresima.

Don Piero, parroco

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Catechesi del Parroco – Dicembre 2023

Archivio Catechesi parroco

PREGHIERA A DIO BAMBINO, AMICO DEI BAMBINI

Con la prima domenica di Avvento la Chiesa, pellegrina nel tempo, intraprende il cammino di un nuovo anno liturgico, durante il quale, a partire dalla novità generativa della Pasqua, fa memoria dell’opera della salvezza di Cristo.

La prima tappa di questo itinerario della celebrazione annuale del Mistero di Cristo è connotata dalla nostalgia. Questa tensione spirituale non è alimentata da un vacuo sentimentalismo. Essa, piuttosto, nasce dal desiderio di Dio, presente nel cuore di ogni uomo e di ogni donna, e dalla speranza del ritorno del Signore risorto.

Se l’Avvento è il tempo dell’attesa piena di speranza, il Natale è quello dello stupore, della gioia e della gratitudine, perché il nostro Redentore, entrando nel mondo e assumendo la debolezza della carne, ha aperto il tempo all’eternità e ha innalzato la natura umana alla dignità divina.

In questo frangente della storia, in cui l’odio sembra più forte dell’amore, ci impegniamo a vivere l’Avvento e il Natale chiedendo a Cristo Gesù, Principe della pace, di spezzare i vincoli di morte di tanti fronti bellici attualmente aperti, perché nel mondo intero si realizza la profezia di Isaia che dice: “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà”(11,6-7).

Riporto, qui di seguito, la preghiera che il nostro Arcivescovo don Mimmo Battaglia ha scritto “Al Dio bambino, amico dei bambini”:

 

O Dio bambino, amico dei bambini,
che non sei il dio dei grandi,
nel cui nome non si brandiscono armi
e non si fanno guerre;
Dio debole e povero,
che preferisci stalle e pastori
i palazzi dei potenti
e alle riverenze di re e nobili;
O Dio uomo, amico degli uomini,
che non chiedi sacrifici,
ma hai sacrificato la tua stessa vita
perché l’uomo fosse salvo,
a te si leva il mio grido!
Dal cumulo di macerie
Dove le bombe dei grandi mi hanno sepolto,
dal rifugio crollato dove sedevo spaventato
con i miei fratelli e le mie sorelle,
dalla terra insanguinata
dove giaccio accanto al corpo
senza vita di mia madre,
ti giunga la mia preghiera, Dio Bambino,
amico dei bambini!
Non prego per me, io non sono più,
ma per i miei fratelli e sorelle rimasti,
che piangono orfani sulle nostre tombe.
Dio Bambino, amico dei bambini,
non chiedo per loro ricchezze o potere,
ma solo che possano quanto prima tornare a scuola,
non chiedo successo e denaro,
ma solo che possano tornare a ridere spensierati.
Dio Bambino, amico dei bambini,
non prego per me,
io ormai sono con te.
Solo ti prego:
porta in terra il paradiso che ora contemplo!
Trasforma il pianto in gioia,
la disperazione in speranza,
la croce dei miei fratelli e sorelle in risurrezione.
Dio Bambino, amico dei bambini,
tu che nascesti in un paese
devastato  dalla guerra,
tu che conoscesti le atrocità e le ingiustizie
che da essa provengono,
torna a nascere a Betlemme,
nelle tante nuove Betlemme,
torna a farti uomo per insegnare agli uomini
cosa significhi essere umano.
Amico degli uomini,
salvaci da questa disumanità!
Non prego per me, ora sono con Te.
Prego per loro.
Scendi dai cieli
e fa’ della terra un paradiso.

 

Viviamo, allora, questo tempo per pregare il Signore, per il dono della pace: “gli angeli che annunciano ai pastori la nascita del Salvatore, intonano il loro canto: Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace sulla terra agli uomini amati dal Signore” ci invitano a intensificare questa nostra preghiera per questo dono così necessario oggi all’umanità ferita da tante guerre.

Maria, Regina della pace, guidi i nostri passi alla sorgente di questo dono. Buon cammino dell’avvento e santo Natale.

Don Piero, parroco

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Catechesi del Parroco – Ottobre 2023

Archivio Catechesi parroco

Camminare insieme
ripensando le nostre strutture di comunione

Carissimi parrocchiani,

il 18 settembre, durante i primi vespri della solennità del martire e vescovo san Gennaro patrono dell’Arcidiocesi di Napoli, il nostro arcivescovo don Mimmo Battaglia ha consegnato ai decani il messaggio per il nuovo anno pastorale  2023-2024 dal titolo: …per abitare i luoghi della misericordia, della prossimità e della cura.   E dal sottotitolo: Camminare insieme ripensando le nostre strutture di comunione.

Sin dalle righe iniziali, il nostro arcivescovo, dice di voler condividere con noi alcune riflessioni, che sono il frutto dell’incontro conclusivo comunitario, del 17 giugno, e dell’ascolto attento di tutte le persone, e in modo particolare di quelle “piccole” e povere, incontrate negli ultimi mesi.

Il volto tenero e buono di Dio padre che Gesù ci ha rivelato, è un volto che non esclude nessuno ma accoglie tutti i suoi figli, in modo particolare quelli che il mondo considera ultimi e quelli sofferenti.

Papa Francesco ci ricorda che: “La fecondità pastorale, la fecondità dell’annuncio del Vangelo, non è data né dal successo, né dall’insuccesso secondo criteri di valutazione umana, ma dal conformarsi alla logica della croce di Gesù, che è la logica dell’uscire da se stessi e donarsi, la logica dell’amore” (Omelia, 7 luglio 2013; pag.4).

“Anzitutto”, ci ricorda il nostro arcivescovo, ci deve stare “la passione per il Regno e per il servizio;” e la necessità di “abitare ogni giorno i luoghi della misericordia e della compassione, della prossimità e della cura, la cui unica legge è quella dell’amore” (pag.4).

Da qui l’invito, forte e chiaro, ad avere il coraggio di ripensare l’esistente: “Il nuovo tessuto sociale e le nuove dinamiche della vita quotidiana esigono una maggiore DUTTILITÀ degli schemi e dei ritmi della proposta pastorale” (pag.4), partendo da quelle che sono le problematiche familiari, dal lavoro precario e sottopagato, dal disagio giovanile, dagli anziani abbandonati, dall’incapacità di avere dei modelli educativi, dalla concezione di nuove relazioni, e da quei mali atavici che sfregiano il volto della città di Napoli: la mentalità camorristica, la cultura dell’illegalità, l’usura e la violenza. È necessario, allora, puntare sulla formazione delle coscienze personali e collettive, e nel servizio alla carità in tutte le sue forme.

Dall’incontro di verifica, scrive ancora don Mimmo, “è emersa con chiarezza la necessità di rinnovare lo stile, la prassi e le strutture dell’azione pastorale, per rendere più efficace la comunicazione del Vangelo, la trasmissione e la celebrazione della fede e la testimonianza della carità”  (pag.5).

Tempo e corresponsabilità sono le due parole chiavi da cui dover partire: “è il tempo dello stare e del camminare insieme, nello stile della corresponsabilità e della compartecipazione” (pag.5). Questo esige la necessità di attardarci al passo di chi fa più fatica, affinché nessuno sia lasciato indietro e tenga in considerazione anche chi fa fatica a sperimentare la bellezza del sentirsi parte viva della comunità cristiana.

Tutto questo richiede un continuo tempo di conversione, che nasce e cresce con l’ascolto attento di tutti.

Da dove partire, allora? DALLA FASE SINODALE A LIVELLO DECANALE, che ci permette di vivere quello “stile di prossimità e di ascolto che diventa riconoscimento non solo della vulnerabilità, ma anche delle tante risorse, spesso nascoste o adombrate da protagonismi o campanilismi vari” (pag.6).

Il fine di tutto ciò sarà il poter fare:

  • Una seria riflessione sui decanati e la loro estensione geografica;
  • Ridurre la distanza tra la curia e il territorio;
  • Rieducarsi e formarsi alla corresponsabilità a tutti i livelli,
  • Sullo stile dei “discepoli di Emmaus”, icona biblica di questo anno del discernimento.

La chiesa per calarsi nelle forme storiche e concrete dell’esistenza umana dovrà allora RAFFORZARE o RINNOVARE gli ORGANISMI di COMUNIONE e di PARTECIPAZIONE (Consiglio pastorale Diocesano; i consigli pastorali Decanali, i consigli pastorali Parrocchiali, e i consigli pastorali per gli affari economici).

Questo perché il bene della comunità diocesana ha bisogno della corresponsabilità da parte di tutti i fedeli. La sinodalità ha la sua attuazione negli organismi di partecipazione, i quali devono essere rappresentativi dell’intera comunità e per vivere un esercizio organico di ecclesialità, attraverso la fase dell’ascolto, del discernimento e del cammino da fare con le scelte e decisioni emerse in questo tempo di riflessione.

Da qui la PRIORITÀ della CREAZIONE e del RAFFORZAMENTO, in ogni PARROCCHIA e in ogni DECANATO, del CONSIGLIO PASTORALE con queste tempistiche:

  1. Da settembre a dicembre 2023: percorsi di sensibilizzazione sia a LIVELLO PARROCCHIALE che DECANALE sulla figura e il ruolo dei consiglieri;
  2. Nei mesi di gennaio e febbraio 2024: elaborazione della FASE DECANALE del sinodo;
  3. Nel mese di aprile 2024: l’organizzazione e lo svolgimento delle assemblee decanali sinodali.

Per quanto riguarda poi il tema della CORRESPONSABILITÀ NEI DECANATI, continua nel suo messaggio il nostro arcivescovo, “si può cominciare già a pensare, almeno in maniera laboratoriale, ad alcune forme di compartecipazione sull’animazione pastorale delle comunità, o di qualche settore che abbia, però, valenza territoriale” … sarà cura dei decani e dei delegati arcivescovili fornire adeguati materiali che potrebbero essere oggetto di studio e di riflessione nei vari organismi parrocchiali e decanali nella fase successiva alle assemblee decanali (pag. 8).

Questo cammino, noi l’abbiamo già iniziato quest’anno con la nomina e il rinnovo sia del Consiglio Pastorale Parrocchiale (che si è incontrato il 13 gennaio con i nuovi consiglieri; il 23 febbraio; il 25 marzo;  il 23 settembre); sia del Consiglio Parrocchiale Affari Economici. Il prossimo Consiglio è stato fissato per sabato 21 ottobre dalle 10 alle 13, dove gli ultimi tre  gruppi potranno riferire le loro proposte. Alla luce del messaggio del nostro arcivescovo e di ciò che è stato proposto dai singoli gruppi sceglieremo le sfide che vorremmo affrontare quest’anno. Tutto questo sarà possibile se ciascuno di noi si sentirà chiamato in causa per rafforzare e far crescere la nostra comunione come comunità parrocchiale portando il nostro dono a quei fratelli e sorelle che oggi sono lontani dalla Chiesa, ma come ci ricorda Papa Francesco, ci chiede di essere una “chiesa in uscita” per abitare i luoghi della misericordia, della prossimità e della cura. Buon anno pastorale a tutti,

I sacerdoti e i diaconi della Parrocchia

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Catechesi del Parroco – Giugno 2023

Archivio Catechesi parroco

25 GIUGNO: SI PARTE PER ROMA!

Si concluderà nella Basilica di san Giovanni in Laterano, il Giubileo dei CRL, con la presenza delle diverse comunità italiane affidate a questa famiglia religiosa, e con la celebrazione della Santa Messa presieduta dal card. Matteo Zuppi.

NOI CANONICI REGOLARI LATERANENSI
DEL Santissimo SALVATORE

Siamo sacerdoti consacrati a Dio nella Vita Comune, con la Regola di S. Agostino

<strong>Apparteniamo ad un’antica Congregazione religiosa di diritto pontificio, composta prevalentemente da presbiteri che emettono la professione con i tre voti solenni di povertà, castità e obbedienza e ci impegniamo a vivere nella condivisione dei beni materiali e spirituali e a lavorare insieme per il Regno di Dio, come ci insegna Gesù nostro Salvatore nella sua Parola.

Non abbiamo un fondatore vero e proprio. La vita comune che noi professiamo, è stata suscitata dallo Spirito di Cristo nella Chiesa e praticata dal clero assieme ai fedeli, dal giorno della Pentecoste cristiana in poi. Possiamo considerare nostri antenati i chierici che vivevano insieme con i Vescovi, nell’intento di perpetuare l’insegnamento e l’esperienza di vita comune di Gesù Salvatore con i suoi discepoli. Il Nuovo Testamento documenta la forma di vita comunitaria realizzata dalla prima comunità apostolica di Gerusalemme, divenuta modello e costante riferimento per tutte le future famiglie religiose. Il nostro compito principale è sempre stato il servizio liturgico solenne in chiesa e la preghiera comunitaria in coro e nei locali all’interno del chiostro. Contemporaneamente ci dedichiamo al ministero pastorale nelle parrocchie, privilegiando la predicazione, il sacramento della riconciliazione, la direzione spirituale e la catechesi popolare. A questo scopo ci prepariamo seguendo un lungo percorso di formazione spirituale e culturale, con aggiornamenti continui mediante la formazione permanente.

Senza dubbio, la vita comune viene suscitata e alimentata se c’è una forte spinta ascetica, dono dello Spirito Santo. La nostra caratteristica essenziale, ossia IL NOSTRO CARISMA proveniente dalla Chiesa stessa, consiste nel: pregare insieme, vivere nella stessa casa, condividere i beni, progredire nello studio e dedicarci – come comunità – all’apostolato per il Popolo di Dio. Tutto ciò richiede una continua verifica dei nostri rapporti interpersonali, con una mentalità fortemente sinodale, che consiste nel camminare insieme, valorizzando il dialogo fraterno e l’ascolto reciproco umile e paziente, sotto l’azione dello Spirito di Cristo.

Tre parole chiave sintetizzano la nostra identità canonicale: Culto, Comunità, Cultura.

Sotto l’aspetto religioso, ci ispiriamo – oltre che alla meditazione costante della Bibbia con la Lectio divina – all’esperienza e alla dottrina di S. Agostino e professiamo la sua Regola che propone come ideale di perfezione la carità fraterna.

Siamo l’Ordine religioso più antico della Chiesa. Lungo i secoli, la nostra istituzione conobbe continue diversificazioni e ramificazioni, con stagioni di gloria e di decadenza. Dal ceppo canonicale germogliarono tante Congregazioni similari; molte si fusero insieme, altre si estinsero

I NOSTRI NOMI CARICHI DI STORIA

Il lungo e curioso nome che portiamo custodisce in sintesi la nostra storia plurisecolare.

  • CANONICI: siamo chierici iscritti ufficialmente nell’elenco (canone) del Capitolo di una comunità ecclesiale. Le prime notizie storiche di preti chiamati Canonici risalgono al sec. VII.
  • REGOLARI: dopo il Sinodo Lateranense del 1059, grazie alla Riforma Gregoriana, i monasteri clericali di vita comune si costituirono in un Ordine detto di S. Ago- stino; poco alla volta, tutti adottarono la Regola del Vescovo di Ippona. Godevano di una certa autonomia, guidati da Superiori maggiori e si distinguevano dai Canonici diocesani che dipendevano direttamente dai Vescovi locali.
  • LATERANENSI: prestigioso titolo assegnato alla Congregazione dei Canonici Regolari (detti inizialmente di Fregionaia di Lucca), concesso da Papa Eugenio IV nel 1446, in segno di riconoscenza per il loro servizio ripetutamente prestato nella Basilica romana di S. Giovanni in Laterano, Madre di tutte le chiese.
  • DEL SANTISSIMO SALVATORE: è un doveroso richiamo al costante legame verso Gesù Cristo, una devozione consolidata con la nostra presenza in due storiche chiese: quella romana di S. Giovanni in Laterano dedicata appunto al Salvatore e quella bolognese del SS.mo Salvatore. Il nostro stemma conferma tale affetto riconoscente: vi è riprodotta l’effigie del Salvatore, considerato da sempre la figura fondante del nostro carisma comunitario.

Don Piero, Don Giovanni, don Giuseppe abate emerito dei CRL

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Catechesi del Parroco – Aprile 2023

Archivio Catechesi parroco

L’istituzione della carità
e del Sacramento della carità

TEMPO DI PASSIONE…

Così don Primo Mazzolari amava definire i giorni che precedevano la Pasqua.

DOMENICA DELLE PALME

“La settimana santa comincia con l’ulivo e finisce col legno. Due insegne diverse portate da mani diverse, ma così vicine tra di loro che, nonostante il sangue che già cola dalle mani del Figlio dell’uomo, si confondono. L’innocenza ha mani diverse, ma eguali trasparenze nel cuore e nel volto. I fanciulli di Gerusalemme aprono la processione del Calvario, che si raggiunge per tutte le strade, e, portando rami di palma e d’ulivo, cantano: “Osanna al Figlio di Davide: benedetto Colui che viene nel nome del Signore!”.
“Due innocenze consolano il mondo, gli danno “speranza” e lo portano: l’innocenza dei fanciulli e l’innocenza del Crocifisso. Solo delle mani pure e forate possono innalzare tra i popoli e le nazioni l’insegna divina della pace: solo i fanciulli che non hanno ancora visto il soffrire, e colui che lo porta e lo espia in pace, per far cadere le barriere e gli odi che ci dividono e mettono i figlioli del Padre gli uni contro gli altri.

GIOVEDÌ SANTO

Il Cenacolo, “ove il Maestro mangerà la Pasqua con i suoi discepoli”, viene scelto e preparato in maniera prodigiosa.
Del patrono della prima basilica e del primo altare non sappiamo neanche il nome. In seguito, né la leggenda né l’arte hanno mostrato di occuparsi di lui. Il padrone del Cenacolo viene scoperto per caso, seguendo un uomo che porta una brocca d’acqua. “Dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza da mangiarvi la pasqua con i miei discepoli?”. Ed egli vi mostrerà di sopra una gran sala ammobiliata e pronta: qui apparecchiate per noi.
Si rimane edificati e sorpresi davanti ad una docilità senza eguali. Quanta fede sin quel padrone di casa e quanta generosità! Non solleva neanche un’obiezione davanti al desiderio del Signore; né mette fuori il conto della pensione. E i pretesti, senza parere scortese, potevano essere tanti…
Gesù era un senza casa, uno sfollato, e aveva bisogno che uno gli cedesse un po’ della sua, almeno per la pasqua.
Questa sera l’amore di Cristo ha bisogno di questa larga stanza, ma non vuota e dissipata come certe nostre cattedrali. Ne ha bisogno per lavare i piedi dei suoi poveri apostoli, per fare il Pane della Vita, per suggellare l’Istituzione col suo testamento. Ed ecco che un uomo senza nome, un padrone di casa, gli impresta la sua camera più bella.
I senza casa di ogni tempo, gli sfollati di oggi che sono milioni, hanno il loro santo protettore, un santo senza aureola, senza chiesa e senza altare, in colui che ha imprestato a Cristo la prima Chiesa e il primo altare.
Egli ha dato ciò che aveva di più grande, perché intorno al grande sacramento ci vuole tutto di grande, camera e cuori, parole e gesti.
Così fu il primo ostensorio eucaristico preparato da quell’ignoto padrone di casa. Me lo raffiguro, alla fine del banchetto, con la moglie e i figli, nel vano della porta semiaperta, farsi avanti per ultimo, mendicante più che commensale di un pane che aveva preparato con le sue mani e che il Cristo, benedicendolo, aveva cambiato in pane di Vita eterna.

CAPITE QUEL CHE VI HO FATTO?

“Gesù sapendo che era venuta per lui l’ora di passare da questo mondo al Padre…” Per un cristiano non ci sono ore inconsapevoli: ogni ora segna il transito dal mondo al Padre, dal terrestre al spirituale, dal parziale all’universale, dal temporale all’eterno.
Il distacco che prepara il transito non può avvenire che per un accrescimento d’amore, vale a dire nella luce della carità del Padre, che non conosce limiti.
“Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.” Si sale verso il Padre, con un cuore purificato ma non separato. Il nostro vero patrimonio umano ce lo portiamo con noi per accrescere il valore nella santità.
Niente ci deve impedire di portare “sino alla fine”, nella pienezza della carità, i nostri vincoli umani: neanche la presenza del traditore, neanche la possibilità di piegare per altre vie le resistenze delle creature.
Proprio quando Gesù sa che il “diavolo aveva già messo in cuore a Giuda Iscariota di tradirlo”, quando ha la certezza “che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che stava per ritornare al Padre…”, “si levò da tavola, depose le sue vesti e, preso un asciugatoio, se ne cinse…”. Facendosi uomo “aveva preso la forma del servo”. Ma nessuno se ne era accorto fino a quel momento, tanto era in alto il Maestro nella sua così comune umanità. Operava grandi miracoli, si trasfigurava nel monte, predicava con autorità mai vista, parlava come un profeta non aveva mai parlato.
Gli uomini avevano bisogno di vedere il servo, in una forma evidente, inequivocabile. L’amore ve l’avrebbe fissato per sempre in attitudine, che sfida le false grandezze e le false dignità create dal nostro orgoglio.
“Si levò da tavola, depose le sue vesti, e preso un asciugatoio se ne cinse. Poi mise dell’acqua in un catino, e cominciò a lavare i piedi ai discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio.” Non ha incominciato né da Pietro né da Giovanni; forse da Giuda, per gustare subito l’estrema ripugnanza di servire l’inservibile, di amare l’inamabile.
Quando arriva da Pietro si sente dire: “Tu, Signore, lavi i piedi a me?” Pietro capiva il fatto dell’umiliazione, non capiva la lezione che il Maestro intendeva fargli attraverso il mistero dell’umiliazione.
Neanche il primo degli apostoli sapeva che l’unica condizione per aver parte con lui è legata, più che a una lavanda materiale, alla continuazione di quella carità che il Cristo veniva istituendo con un atto quasi sacramentale.
“Come dunque ebbe lavato i piedi ed ebbe riprese le sue vesti, si mise di nuovo a tavola, e disse loro: “Capite quel che vi ho fatto?”. E poiché gli apostoli non capivano l’istituzione della carità, che doveva precedere di poco l’istituzione del Sacramento della carità, il Maestro è costretto a continuare la lezione. “Voi mi chiamate Maestro e Signore, e dite bene perché lo sono. Se dunque io che sono il Signore e Maestro vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Poiché io vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io.”
L’istituzione dell’Eucaristia si chiude con parole quasi uguali: “Fate questo in memoria di me”.
I cristiani di tutti i tempi hanno trovato più facile ripetere la presenza Eucaristica della Presenza della carità, dimenticando che non si può capire una Mensa dalla quale, almeno uno, dietro l’esempio del Maestro, non si alzi per continuare nel mondo quella carità che è il fermento celeste del pane del Mistero.
È forte e provocatoria la conclusione, che don Primo Mazzolari, trae: non possiamo celebrare l’Eucaristia se prima non abbiamo servito il Signore nei nostri fratelli. Molto spesso si pensa che l’amore verso i fratelli sia un di più del cristiano o lasciato alla sua buona volontà: non è così. Se non si vive prima l’incontro del Signore nei nostri fratelli sarà difficile incontrare Gesù nell’Eucaristia. Il comanda che Gesù ci lascia è lo steso: “Fate anche voi come ho fatto io” e “Fate questo in memoria di me”.
Chiediamo al Signore che la nostra comunità parrocchiale sappia sempre fare questo unico incontro: di Gesù nei fratelli e di Gesù nel Pane vivo. Viviamo anche noi questi giorni della passione morte e Risurrezione di Gesù con lo stesso suo desiderio: “Ho desiderato ardentemente di celebrare con voi questa Pasqua”.
Che la luce del Cristo risorto illumini la nostra vita e ci dia la forza di testimoniarlo.

BUONA PASQUA!

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Catechesi del parroco – Febbraio 2023

Archivio Catechesi parroco

Duecento anni dell’unificazione Lateranense

Carissimi,

come ci ricorda il cartellone posto all’esterno della nostra Chiesa, e i pannelli che si trovano nella Cappella del fonte battesimale, che illustrano la nostra storia di Canonici Regolari del Santissimo Salvatore Lateranense,  il 16 ottobre 2022 abbiamo iniziato questo bi-centenario della unificazione Lateranense, con la possibilità di poter ricevere anche l’indulgenza plenaria. Tanti di voi si chiederanno:

ma che cosa si festeggia? L’unione dei Lateranensi con i Renani avvenuta il 28 giugno 1823.

Il nostro abate emerito don Giuseppe Cipolloni, ha sintetizzato, a grandi linee, in un articolo, la storia di questo avvenimento che riguarda in modo speciale la nostra parrocchia.

Dal 1453 questo santuario di Piedigrotta è stato affidato ai religiosi Canonici Regolari Lateranensi. Nei secoli 1500 e 1600 la famiglia Lateranense visse un periodo di espansione fino ad arrivare ad avere 70 case sparse per la penisola.

Nel 1700 a causa della soppressione, la dispersione dei canonici e l’incameramento dei beni da parte delle autorità civili e religiose, la congregazione rischiò l’estinzione. Di tante case di cui andava orgogliosa, ne erano rimaste solo due: Santa Maria di Piedigrotta e santa Teresa di Bitonto. I pochi confratelli rimasti, una quindicina in tutto, ormai di canonico avevano solo il nome. Non ne vestivano più l’abito e tanto meno ne vivevano la regola di vita.

Non diversa era la situazione della Congregazione dei Canonici Regolari del SS Salvatore, detta anche Renana. Delle tante case sparse per l’Italia, per gli stessi motivi politici, economici e religiosi, sul finire del XVIII poteva contare sulla sola casa di S. Pietro in Vincoli, in Roma.

La provvidenza mandò un uomo, l’abate Vincenzo Garofali e mise in cuore a quest’uomo una forte passione per la vita canonicale. Sarà suo merito se oggi la vita canonicale è presente non solo in Italia e in altre nazioni europee, ma anche nelle Americhe. Il suo progetto fu quello di raccogliere ciò che rimaneva della Congregazione Lateranense e della Congregazione Renana e dalla loro unione ripartire con nuovo slancio.

L’abate Garofali il 6 agosto 1819 fu investito dalla santa Sede di ampie facoltà per procedere in qualità di delegato al ripristino della vita religiosa a santa Maria di Piedigrotta e poi procedere all’unione dei Canonici Lateranensi con i Canonici Renani.

Il Garofali, dopo vari contatti, trascorrerà più di un mese nella comunità di Piedigrotta, e in riunioni con i pochi confratelli delle due comunità lateranensi, discuterà dei diversi problemi disciplinari ed economici presenti in esse. Il 7 settembre del 1819, vigilia della Natività di Maria Santissima, nel santuario gremito di fedeli, i Lateranensi con i loro confratelli conversi indossarono di nuovo il loro abito e rinnovarono nelle mani del nuovo Superiore Generale la professione religiosa. Questa solenne celebrazione darà inizio ad un cammino di comunione tra le due Congregazioni per concludersi in modo ufficiale a Roma, nella Basilica di S. Pietro in Vincoli il 28 giugno 1823.

Con l’avvento dei Lateranensi, il santuario di Piedigrotta divenne rinomato e famosa divenne la festa popolare dedicata alla Natività di Maria, l’8 settembre.

Grazie al loro zelo, nel 1802 Papa Pio VII accolse la richiesta di coronare la statua della Madonna. Il 5 settembre l’abate don Bernardo Cuomo, tra l’esultanza dei fedeli, procedette all’incoronazione della statua di Maria e del Bambino con due corone tutte d’oro.

La nuova Congregazione, in contrasto con le precedenti riforme dell’Ordine canonicale, privilegia il servizio pastorale della gente come parte fondamentale del proprio carisma. La vita religiosa è vista come ricchezza e servizio al popolo cristiano. La si sceglie per meglio servire la gente. Diventano importanti la vita pastorale, la predicazione, la direzione spirituale e il servizio della carità. La vita religiosa non è più concepita come totale separazione dal mondo (fuga mundi), ma come impegno di santificazione per la evangelizzazione dei fratelli.

Il santuario diventa parrocchia

Sul finire del secolo XIX, la creazione delle strade di Corso Vittorio Emanuele, di Via Caracciolo che percorre il lungo mare e poi ancora la realizzazione di Via Posillipo, fecero del piccolo Borgo di Mergellina una zona piuttosto abitata, e non più isolata dal centro cittadino. L’unica parrocchia, S. Maria delle Neve, che serviva la zona apparve ormai insufficiente al servizio pastorale della gente. Fu così che l’arcivescovo Giuseppe Prisco nel 1912 elevò a parrocchia la Basilica santuario della Madonna di Piedigrotta. Non sappiamo molto della sua grandezza. Dai registri della parrocchia si può rilevare che nel 1913 si celebrarono 69 matrimoni, 240 battesimi, 118 funerali. Dei defunti impressiona la mortalità Infantile. Molti bambini muoiono nei primi mesi di vita. Come pure l’età media delle persone morte. Di esse solo 5 superano gli 80 anni.

Con la creazione della parrocchia, avvenuta il 16 maggio 1912, festa dell’Ascensione del Signore, inizia per la comunità religiosa un tempo nuovo. L’apostolato dei confratelli non sarà ristretto agli ambienti del santuario, ma abbraccerà il territorio parrocchiale, con la visita alle famiglie specialmente nel tempo pasquale con la benedizione delle case, con la catechesi di preparazione ai sacramenti, con l’assistenza agli ammalati e agli anziani, con l’animazione dei vari gruppi di attività pastorale.

Sono rimasti un lontano ricordo le celebri sfilate militari che accompagnavano i regnanti il 7 settembre sera, vigilia della festa, a rendere omaggio alla Madonna di Piedigrotta. Antiche stampe e fotografie ci raccontano anche dei pellegrinaggi di contadini che a piedi o sui carri variopinti, raggiungevano il santuario per far visita alla Vergine della grotta. Canzoni ancora in voga con le loro melodie ci parlano di un festival, legato a Piedigrotta e alla sua festa e che rendeva Napoli celebre nel mondo.

Sono sempre vive invece nel cuore della gente, le solenni processioni della Madonna. Il gergo popolare preferisce chiamarle “uscite”, perché la statua della Vergine lascia il suo santuario per percorrere, tra spettacolari fuochi pirotecnici, le acque del golfo.

C’è ancora chi ricorda l’uscita della Madonna nel 1953, VI centenario di fondazione del santuario e poi quella del 1966, in occasione del restauro della statua. Molti ricordano l’uscita della Madonna nell’anno giubilare del 2000.

La più antica tradizione voleva che la Madonna uscisse in solenne processione nell’anno 53 di ogni secolo in ricordo della data di fondazione della Chiesa. Ma per il popolo dei fedeli sembrava un tempo troppo lungo, e lo era. Fu aggiunto allora opportunamente un‘altra ricorrenza da celebrare e ricordare: l’incoronazione della statua della Madonna col Bambino nel 1802. Pertanto le uscite in processione della Vergine di Piedigrotta sono in calendario l’anno 2 e 53 di ogni secolo. Ai posteri la gioia di questi incontri con la nostra Mamma celeste.

Ma la Madonna di Piedigrotta, con le sue feste, con le sue tradizioni, con le sue edicole sparse nei vicoli, con i suoi sabati e i suoi Rosari, è sempre viva nel cuore dei napoletani, i quali sono felici ogni anno, nel periodo delle feste, di ritrovarsi ai piedi della Vergine per cantarLe la Serenata.

“Serenata alla Madonna” è una manifestazione artistica, nata nel 1983 e che esprime la fede popolare attraverso racconti, canti e personaggi dell’antica festa interpretati da attori e cantanti. E la storia continua.

Non è pensabile parlare di Piedigrotta senza questo legame con la Madonna. Non per nulla, la leggenda vuole che la statua della Vergine con il bambino sia stata trovata, tra terra e sasso, nello scavo delle fondamenta del santuario.

Questa è la storia passata: ora tocca a noi farla!

Per questo nostro giubileo, Papa Francesco, ci ha concesso l’indulgenza plenaria da poter ricevere in tutte le nostre Parrocchie, fino a giugno.

Concluderemo queste nostro bi-centenario a Roma, nella Basilica di San Giovanni in Laterano, domenica 25 giugno con la santa Messa presieduta dal Presidente della CEI, il Card. Matteo Zuppi, con la presenza di tutte le comunità parrocchiali affidate ai CRL in Italia e con la presenza di confratelli che verranno da tutto il mondo. Cominciamo già da ora a prepararci per vivere anche noi questa festa conclusiva.

Don Piero; don Giovanni e l’abate emerito don Giuseppe  sacerdoti dei Canonici Regolari Lateranensi

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Catechesi del parroco – Gennaio 2023

Archivio Catechesi parroco

Inizio del nuovo Consiglio Pastorale Parrocchiale

Sabato 14 gennaio ore 10,30

Carissimi tutti,

il cammino sinodale, pur arduo, sta impegnando tante energie della nostra parrocchia, i due incontri del primo ottobre e del 18 novembre, che hanno visto la partecipazione e il contributo di tanti, ci hanno aiutato a riflettere e a comprendere un po’ meglio il senso e il significato del Sinodo e hanno offerto molti spunti per i prossimi passi da fare insieme in uno spirito di fraterna comunione. Il nostro arcivescovo, don Mimmo Battaglia, in continuità con il Sinodo mondiale che la Chiesa tutta sta vivendo, ma soprattutto con quello Diocesano da lui indetto, ci ha offerto nella sua Lettera Pastorale per l’anno 2022-2023, (“Di che cosa stavate discutendo per la strada?” Chiamati da Dio a servizio del mondo) alcuni ulteriori spunti di riflessione tra questi anche quelli per far sì che gli organismi di partecipazione parrocchiale (ossia il Consiglio Pastorale Parrocchiale e il Consiglio Parrocchiale Affari Economici) possano sempre più essere e diventare mezzi attraverso i quali si costruisce, di giorno in giorno, la comunione, “l’esser un cuor solo e un’anima sola”. Questi organismi devono essere il cuore pulsante della realtà parrocchiale, da un lato sintesi e interpreti delle molteplici realtà e delle diverse sensibilità in essa presenti e dall’altro propulsori della sua vita per fare sempre di più e meglio al servizio di tutti con il sostegno del soffio dello Spirito che sta spirando in questo nostro cammino. Alcuni passaggi importanti della lettera del nostro Arcivescovo, che a seguire vi riporto, ci aiutano meglio delle mie parole a mettere a fuoco il fine di questo organismo di partecipazione. Come lui ci ricorda, lo scopo di questi organismi sarebbe quello di poter arrivare a tutti e ascoltare tutti. Se vogliamo camminare insieme è necessario metterci insieme. Tante volte le nostre comunità danno prova di bravura personale, ma non di organicità collettiva. “Ogni volta che si annulla l’avverbio “insieme”, si annulla anche il verbo “camminare”. Se vogliamo perciò camminare, dobbiamo metterci “insieme”. Continua così il nostro Vescovo: “Riscopriremo il gusto dell’impegno, il sapore della lotta, la percezione della crescita, il coraggio dei gesti audaci, l’ottimismo non solo della ragione ma anche quello della volontà. Possiamo pure costruire comunità perfette, efficienti, dove tutto ruota alla perfezione… Ma sarà solo l’ARMONIA di una CORALITÀ a far passare il sogno del Vangelo”.

Facciamo nostro questo desiderio di voler vivere una coralità dove le diversità non sono mortificate, ma dove invece emerge l’armonia di una coralità che costruisce, giorno per giorno, la bellezza del nostro essere figli di Dio dal dono comune della nostra uguaglianza battesimale. Pertanto volendo e dovendo procedere alla formazione del nuovo Consiglio Pastorale e del Consiglio degli Affari economici invoco l’aiuto di tutte le realtà parrocchiali a fare un percorso di riflessione per individuare persone disponibili a mettersi in gioco con slancio per il bene comune, avendo cura di riflettere su quanto sia importante che il consiglio pastorale sia il luogo delle diversità in cui dovranno trovare spazio vecchio e nuovo, esperienza e novità, spiritualità e pratica, cultura e manualità, insomma il tutto che è ricchezza. Certo il numero dei componenti non può essere illimitato altrimenti ne andrebbe della sua capacità di agire e di essere effettivamente organismo responsabile delle scelte che compie.

Spero in una vostra ampia e generosa disponibilità per consentirmi di individuare I nuovi componenti dei due consigli per far sì che il 14 gennaio alle ore 10,30 possiamo vederci tutti insieme, con il nuovo consiglio pastorale, per riflettere in uno spirito di fraterna comunione delle sfide e dell’impegno che dovranno animare tutti i componenti e i consigli nella loro totalità.

Don Piero, Parroco; i sacerdoti e i diaconi

Così scrive il nostro Arcivescovo, don Mimmo Battaglia, nella sua lettera pastorale a riguardo del Consiglio Pastorale Parrocchiale e del Consiglio Pastorale Affari Economici: “Gli ORGANISMI DI PARTECIPAZIONE facciano da supporto – così come dovrebbe essere – alle nostre comunità nello svolgimento della loro missione, noi dobbiamo costruirli sullo stile del vangelo, che è stile sinodale, del camminare insieme, di quel sedersi “stando in mezzo” e non sopra, non creando file, ma in mezzo. Lo stile del Risorto. […]
L’OBIETTIVO di questi processi partecipativi non sarà principalmente l’organizzazione ecclesiale, bensì IL SOGNO MISSIONARIO DI ARRIVARE A TUTTI».
Ecco: io penso che a volte i nostri organismi di partecipazione sono luoghi sicuramente ben strutturati, luoghi di un’efficienza unica, ma che hanno perso di vista il sogno! E quando si perde di vista il sogno ci si trasforma in altro; ci si trasforma in luoghi in cui si esercita un potere personale, in cui si affermano i personalismi, luoghi di esaltazione narcisistica del proprio sapere ma anche luoghi di rivendicazioni. Mi preoccupano quei consigli pastorali parrocchiali costruiti con tanto di elezioni nei quali si inneggia alla democraticità e alla rappresentanza ma che non riflettono i cammini di fede dei partecipanti o la condivisione di una vita comunitaria; oppure quei consigli pastorali costruiti come se fossero comitati di quartiere o comitati festa. Così come mi fanno tanto pensare, per quel diffuso senso di frustrazione che colgo, certi consigli pastorali che sembrano essere fucine di parole ma spesso inconcludenti, confusi negli obiettivi, con una capacità di ascolto reciproco molto bassa e vissuti con la sensazione di parlare lingue diverse partendo da orizzonti diversi. Incontri ai quali si va perché ci si dovrebbe ascoltare, per lavorare su decisioni da condividere e invece ci si trova dinanzi a decisioni già prese, provocando un senso di disagio così forte che sovente si arriva a pensare all’inutilità di questi organismi così come di tante riunioni che si fanno nelle nostre comunità. È vero che si tratta di organismi consultivi e non deliberativi ma questo non deve significare mortificazione della comunione.

E la COMUNIONE la si esercita solo nell’esercizio concreto di una corresponsabilità nelle riflessioni e nel processo delle decisioni.

E, dunque, se nella Chiesa si vuole affrontare correttamente il TEMA DELLA PARTECIPAZIONE, io penso che non si può non prescindere almeno da tre fattori:

  • non è possibile un esercizio reale della partecipazione senza una condivisione del concetto di Chiesa come comunione;
  • è necessario restituire dignità alla relazione e alla comunicazione all’interno di questi organismi ma non semplicisticamente perché bisogna favorire processi di democratizzazione come si direbbe sociologicamente, ma perché la comunicazione e la relazione sono una dimensione costitutiva della Chiesa, non un tema tecnico ma teologico, che si radica appunto in quel “sedersi stando in mezzo” del Risorto e non sopra;
  • è fondamentale riconoscere nei fatti l’uguale dignità battesimale fra vescovi e presbiteri e fra presbiteri e laici che molte volte è alla base dell’incapacità o della bassa capacità comunicativa.
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Catechesi del parroco – Dicembre 2022

Archivio Catechesi parroco

La bellezza di sentirsi attesi

Questa è la lettera per l’avvento che il nostro vescovo ha indirizzato alle nostre comunità. Leggiamola con attenzione e cogliamo la bellezza del sentirsi attesi. Ciascuno di noi è l’attesa di Dio.

Caro Renato,

scrivo a te, agli albori di questo nuovo Tempo di Avvento che ci è donato, ripensando al nostro incontro di domenica scorsa. Ho ascoltato con molta attenzione quanto hai voluto condividere con noi durante la Giornata diocesana dei Giovani e, ancora una volta, ti dico grazie! Per quello che sei. Per le scelte che hai operato. Per il tuo coraggio. Sai, Renato, io credo che decidere di tornare a Napoli è stato un gesto coraggioso. In questa terra ti sei formato all’interno di una famiglia che ti ha messo nel cuore un seme di vangelo. Poi c’è stato un tempo lungo che ti ha portato in giro per il mondo affinché quel seme potesse germogliare. E sei arrivato, così, a una scelta importante: portare frutto nella terra che ti ha generato. Aver coniugato l’economia alla terra e la creatività che ti contraddistingue, ti hanno portato ad accogliere una sfida: fare impresa a Napoli, nell’agricoltura di innovazione, custodendo la nostra casa comune. Avrai imparato dai ritmi della terra che c’è il tempo della semina e il tempo del raccolto, e tutto il resto è custodire. Proprio per questo immagino la comunità ecclesiale come un luogo privilegiato in cui poter custodire i tuoi sogni affinché crescano come il seme, fino a diventare frutto. L’attesa del raccolto è sempre faticosa, perché è un’attesa laboriosa. E io vorrei che tu ci sentissi al tuo fianco non per insegnarti qualcosa, ma per imparare da te la cura e il rispetto del creato che ci è donato, ad agire con ritmi più vicini al battito del pianeta.

In questa tua storia, in quanto ci hai raccontato a cuore aperto, mi sembra di scorgere proprio i segni di un’attesa, attesa che nasce da un sogno che chiede di diventare segno, attesa che nutre di speranza il nostro cammino e ci invita a non arrenderci, a non fermarci al primo ostacolo, ma a provare a scorgere l’alba di un giorno nuovo anche dentro alle notti più buie. Un’attesa che si nutre della cura di quel seme piantato nel cuore di ciascuno di noi, della sua custodia, del paziente innaffiarlo giorno dopo giorno perché germogli e porti frutti di vita buona.

È necessario essere attenti per poter vegliare. È necessario svegliarsi dal torpore di una vita spenta e mediocre per poter riaccendere i desideri del cuore. È NECESSARIO SAPERSI ATTESI PER POTER ATTENDERE. E noi, Renato, ciascuno di noi è l’attesa di Dio. Il Signore si fida di noi e affida alle nostre mani e al nostro cuore la cura di quella casa comune fatta di volti, storie, di sguardi che si intrecciano, di vite che si intessono, di strade che si intersecano tra loro per dire a noi stessi e al mondo che insieme si può fiorire meglio, che si può vivere da innamorati che attendono l’amato sapendo di essere essi stessi amati, che i sogni possono diventare segni. Come quello che ci hai raccontato tu, Renato.

Vorrei invitarti, allora, alla pazienza e alla custodia. Vorrei invitare te e tutti, ogni uomo e ogni donna di questa amata terra, alla pazienza e alla custodia. Vorrei invitarvi all’amore. Vorrei invitarvi a scorgere in quel sogno che abita dentro di voi, il sogno che Dio tesse per la vostra vita. Che il vostro sogno sia impregnato di Dio. Che il vostro cuore sia pregno di Lui. Del desiderio di vederlo germogliare in ogni frutto che la terra, qualunque essa sia, vorrà donarvi. Nella certezza che lui verrà e che dove c’è lui sboccia la bellezza.

Sii paziente, Renato, e fatti custode. Sii paziente, Chiesa mia, e fatti custode. E non pensare mai che quei frutti saranno solo per te. Lascia che chiunque possa innamorarsi della tua terra e del tuo sogno.

Permetti a chiunque di essere custode insieme a te. Sii capace di attendere insieme al fratello e alla sorella che ti sono accanto.

Vegliate: il vangelo di questa prima domenica di Avvento sembra quasi dirci che quell’attesa non possiamo viverla da soli, che quel sogno non può essere ridotto solo a quello che vediamo noi. Vegliate. Fatelo insieme. Facciamolo insieme. Tu, Renato, insieme ai tuoi amici. Giovani insieme ad altri giovani. Giovani che sono comunità, giovani che fanno comunità. Sarà questo il frutto più bello della nostra attesa condivisa: esserci messi insieme per sognare sentieri di bene, per gettare semi di bellezza, per rendere la nostra Chiesa casa in cui ognuno possa sentirsi accolto e custodito. Possa sentirsi atteso.

E, se è vero che ogni volto è specchio del Volto, nell’attesa di ogni fratello e di ogni sorella potremo imparare a scorgere l’attesa di Dio. È Dio che ci attende per primo e noi abbiamo bisogno di questa attesa. Abbiamo bisogno di sapere che nessuno sforzo sarà vano, che nessuna lacrima andrà persa, che nessuna fatica sarà inutile. Verrà e sarà carezza sul cuore. Verrà e sarà calore che avvolge. Verrà e sarà gioia piena e senza fine.

“Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
Io dico che c’era un tempo sognato
Che bisognava sognare”
(Ivano Fossati, C’è tempo)

È il nostro tempo. È il tempo dei sogni seminati, dei passi condivisi, dei segni concreti. È il tempo dell’attesa. È il tempo della pazienza. È il tempo della custodia. È il tempo della cura che genera la comunità, che cammina e cresce insieme. È il tempo dell’amore. È il nostro tempo. Buon tempo, Renato. Buon tempo, miei amati giovani. Buon tempo, buon Avvento mia Chiesa

† don Mimmo, Arcivescovo di Napoli

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