Madonna di Piedigrotta

Parrocchia S.Maria di Piedigrotta – Napoli

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Catechesi del parroco – Marzo 2021

Archivio Catechesi parroco

QUARESIMA: tempo di speranza e di carità

Qui di seguito troverai alcuni suggerimenti concreti, sempre proposti da Papa Francesco, per vivere la carità e il digiuno in quaresima.

 ATTI DI CARITA’

Sorridere, un cristiano è sempre allegro!
Ringraziare (anche se non siamo più abituati a farlo).
Ricordare all’altro quanto lo ami.
Salutare con gioia le persone che vedi ogni giorno.
Ascoltare con amore la storia dell’altro, senza processare nessuno.
Stop, fermati per aiutare. Stare attento a chi ha bisogno di te.
Animare qualcuno con la tua fiducia per fargli tornare la voglia di vivere.
Riconoscere i successi e le qualità dell’altro senza invidia.
Separare ciò che non usi e dare a chi ha bisogno.
Aiutare qualcuno in modo che possa riposare.
Correggere con amore; non tacere per paura.
avere finezze con quelli che sono vicino a te.
Pulire ciò che si è sporcato a casa, è un segno di rispetto.
aiutare gli altri a superare gli ostacoli.
Telefonare o visitare molte più volte i vostri genitori.

IL MIGLIOR DIGIUNO

Digiuno di parole negative e dire parole gentili.
Digiuno di malcontento e riempirsi di gratitudine.
Digiuno di rabbia e riempirsi con mitezza e pazienza.
Digiuno di pessimismo e riempirsi di speranza e ottimismo.
Digiuno di preoccupazioni e riempirsi di fiducia in Dio.
Digiuno di cose inutili per riempirsi la vita di cose semplici.
Digiuno di tensioni e riempire la vita con preghiere.
Digiuno di amarezza e tristezza e riempire il cuore di gioia.
Digiuno di egoismo e riempirsi con compassione per gli altri.
Digiuno di mancanza di perdono e riempirsi di riconciliazione.
Digiuno di parole e riempirsi di silenzio per ascoltare gli altri.

Messaggio per la QUARESIMA:

Nell’attuale contesto di preoccupazione in cui viviamo e in cui tutto sembra fragile e incerto, parlare di speranza potrebbe sembrare una provocazione. Il tempo di Quaresima è fatto per sperare, per tornare a rivolgere lo sguardo alla pazienza di Dio, che continua a prendersi cura della sua Creazione, mentre noi l’abbiamo spesso maltrattata. È speranza nella riconciliazione, alla quale ci esorta con passione San Paolo: «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor 5,20). Ricevendo il perdono, nel Sacramento che è al cuore del nostro processo di conversione, diventiamo a nostra volta diffusori del perdono: avendolo noi stessi ricevuto, possiamo offrirlo attraverso la capacità di vivere un dialogo premuroso e adottando un comportamento che conforta chi è ferito. Il perdono di Dio, anche attraverso le nostre parole e i nostri gesti, permette di vivere una Pasqua di fraternità.
Nella Quaresima, stiamo più attenti a «dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano, invece di parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano» (Enc. Fratelli tutti [FT], 223). A volte, per dare speranza, basta essere «una persona gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza» (ibid., 224).
Vivere una Quaresima con speranza vuol dire sentire di essere, in Gesù Cristo, testimoni del tempo nuovo, in cui Dio “fa nuove tutte le cose” (cfr Ap 21,1-6). Significa ricevere la speranza di Cristo che dà la sua vita sulla croce e che Dio risuscita il terzo giorno, «pronti sempre a rispondere a chiunque [ci] domandi ragione della speranza che è in [noi]» (1Pt 3,15).
La carità si rallegra nel veder crescere l’altro. Ecco perché soffre quando l’altro si trova nell’angoscia: solo, malato, senzatetto, disprezzato, nel bisogno… La carità è lo slancio del cuore che ci fa uscire da noi stessi e che genera il vincolo della condivisione e della comunione.
«A partire dall’amore sociale è possibile progredire verso una civiltà dell’amore alla quale tutti possiamo sentirci chiamati. La carità, col suo dinamismo universale, può costruire un mondo nuovo, perché non è un sentimento sterile, bensì il modo migliore di raggiungere strade efficaci di sviluppo per tutti» (FT, 183).
La carità è dono che dà senso alla nostra vita e grazie al quale consideriamo chi versa nella privazione quale membro della nostra stessa famiglia, amico, fratello. Il poco, se condiviso con amore, non finisce mai, ma si trasforma in riserva di vita e di felicità. Così avvenne per la farina e l’olio della vedova di Sarepta, che offre la focaccia al profeta Elia (cfr 1 Re 17,7-16); e per i pani che Gesù benedice, spezza e dà ai discepoli da distribuire alla folla (cfr Mc 6,30-44). Così avviene per la nostra elemosina, piccola o grande che sia, offerta con gioia e semplicità.
Vivere una Quaresima di carità vuol dire prendersi cura di chi si trova in condizioni di sofferenza, abbandono o angoscia a causa della pandemia di Covid-19. Nel contesto di grande incertezza sul domani, ricordandoci della parola rivolta da Dio al suo Servo: «Non temere, perché ti ho riscattato» (Is 43,1), offriamo con la nostra carità una parola di fiducia, e facciamo sentire all’altro che Dio lo ama come un figlio.

Buona Quaresima!

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Catechesi del parroco – Gennaio 2020

Archivio Catechesi parroco

LA PACE COME CAMMINO DI SPERANZA:
DIALOGO, RICONCILIAZIONE E CONVERSIONE ECOLOGICA

 

Carissimi parrocchiani,
buon anno 2020! Abbiamo, da qualche giorno, iniziato un nuovo anno: ci attendono 366 giorni di fogli bianchi che il Signore chiede di “scrivere” con Lui, per costruire una società nuova, più solidale con le persone e con il creato.
Il messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, che Papa Francesco ci offre, è una opportunità per riflettere sul nostro impegno ad essere anche noi “artigiani della pace” con nostra vita quotidiana, ma anche facendo una conversione che ci porti ad una “gioiosa sobrietà della condivisione”. Invochiamo allora lo Spirito Santo affinché faccia della nostra comunità parrocchiale un piccolo “cenacolo”, da cui escono testimoni coraggiosi e appassionati di Gesù.
Riporto, qui di seguito, solo i passaggi più significativi. Tutto il discorso lo troverete sul sito della parrocchia.

  1. La pace, cammino di speranza di fronte agli ostacoli e alle prove

La pace è un bene prezioso, oggetto della nostra speranza, al quale aspira tutta l’umanità.
La speranza è la virtù che ci mette in cammino, ci dà le ali per andare avanti, perfino quando gli ostacoli sembrano insormontabili.
La nostra comunità umana porta, nella memoria e nella carne, i segni delle guerre e dei conflitti che si sono succeduti, con crescente capacità distruttiva, e che non cessano di colpire specialmente i più poveri e i più deboli.
Le terribili prove dei conflitti civili e di quelli internazionali, aggravate spesso da violenze prive di ogni pietà, segnano a lungo il corpo e l’anima dell’umanità. Ogni guerra, in realtà, si rivela un fratricidio che distrugge lo stesso progetto di fratellanza, inscritto nella vocazione della famiglia umana. […] Risulta paradossale, come ho avuto modo di notare durante il recente viaggio in Giappone, che «il nostro mondo vive la dicotomia perversa di VOLER DIFENDERE E GARANTIRE LA STABILITÀ E LA PACE SULLA BASE DI UNA FALSA SICUREZZA SUPPORTATA DA UNA MENTALITÀ DI PAURA E SFIDUCIA, che finisce per avvelenare le relazioni tra i popoli e impedire ogni possibile dialogo. La pace e la stabilità internazionale sono incompatibili con qualsiasi tentativo di costruire sulla paura della reciproca distruzione o su una minaccia di annientamento totale; sono possibili solo a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana di oggi e di domani».
Come, allora, costruire un cammino di pace e di riconoscimento reciproco? Come rompere la logica morbosa della minaccia e della paura? Come spezzare la dinamica di diffidenza attualmente prevalente?
Dobbiamo PERSEGUIRE UNA REALE FRATELLANZA, basata sulla comune origine da Dio ed esercitata nel dialogo e nella fiducia reciproca. Il desiderio di pace è profondamente inscritto nel cuore dell’uomo e non dobbiamo rassegnarci a nulla che sia meno di questo.

  1. La pace, cammino di ascolto basato sulla memoria, sulla solidarietà e sulla fraternità

Anche oggi è necessario mantenere viva la fiamma della coscienza collettiva, testimoniando alle generazioni successive l’orrore di ciò che accadde nell’agosto del 1945 e le sofferenze indicibili che ne sono seguite fino ad oggi. I testimoni servono a risvegliare e conservare in questo modo la memoria delle vittime, affinché la coscienza umana diventi sempre più forte di fronte ad ogni volontà di dominio e di distruzione.
Come loro molti, in ogni parte del mondo, offrono alle future generazioni il servizio imprescindibile della memoria, che va custodita non solo per non commettere di nuovo gli stessi errori o perché non vengano riproposti gli schemi illusori del passato, ma anche perché essa, frutto dell’esperienza, costituisca la radice e suggerisca la traccia per le presenti e le future scelte di pace.
Ancor più, la memoria è L’ORIZZONTE DELLA SPERANZA: molte volte nel buio delle guerre e dei conflitti, il ricordo anche di un piccolo gesto di solidarietà ricevuta può ispirare scelte coraggiose e persino eroiche, può rimettere in moto nuove energie e riaccendere nuova speranza nei singoli e nelle comunità.
Aprire e tracciare un cammino di pace è una sfida, tanto più complessa in quanto gli interessi in gioco, nei rapporti tra persone, comunità e nazioni, sono molteplici e contradditori. Occorre, innanzitutto, fare appello alla coscienza morale e alla volontà personale e politica. La pace, in effetti, si attinge nel profondo del cuore umano e la volontà politica va sempre rinvigorita, per aprire nuovi processi che riconcilino e uniscano persone e comunità.
Il mondo non ha bisogno di parole vuote, ma di testimoni convinti, di ARTIGIANI DELLA PACE aperti al dialogo senza esclusioni né manipolazioni. Infatti, non si può giungere veramente alla pace se non quando vi sia un convinto dialogo di uomini e donne che cercano la verità al di là delle ideologie e delle opinioni diverse. […] Il processo di pace è quindi un impegno che dura nel tempo. È un lavoro paziente di ricerca della verità e della giustizia, che onora la memoria delle vittime e che apre, passo dopo passo, a una speranza comune, più forte della vendetta. […] Come sottolineava San Paolo VI, «la duplice aspirazione all’uguaglianza e alla partecipazione è diretta a promuovere un tipo di società democratica […]. Ciò sottintende l’importanza dell’educazione alla vita associata, dove, oltre l’informazione sui diritti di ciascuno, sia messo in luce il loro necessario correlativo: IL RICONOSCIMENTO DEI DOVERI NEI CONFRONTI DEGLI ALTRI.

  1. La pace, cammino di riconciliazione nella comunione fraterna

La Bibbia, in modo particolare mediante la parola dei profeti, richiama le coscienze e i popoli all’alleanza di Dio con l’umanità. Si tratta di abbandonare il desiderio di dominare gli altri e imparare a guardarci a vicenda come persone, COME FIGLI DI DIO, COME FRATELLI. L’altro non va mai rinchiuso in ciò che ha potuto dire o fare, ma va considerato per la promessa che porta in sé. Solo scegliendo la via del rispetto si potrà rompere la spirale della vendetta e intraprendere il cammino della speranza. […] Questo cammino di riconciliazione ci chiama a trovare nel profondo del nostro cuore la forza del perdono e la capacità di riconoscerci come fratelli e sorelle. Imparare a vivere nel PERDONO accresce la nostra capacità di diventare donne e uomini di pace.
Quello che è vero della pace in ambito sociale, è vero anche in quello politico ed economico, poiché la questione della pace permea tutte le dimensioni della vita comunitaria: non vi sarà mai vera pace se non saremo capaci di costruire un più giusto sistema economico. […]

  1. La pace, cammino di conversione ecologica

«Se una cattiva comprensione dei nostri principi ci ha portato a volte a giustificare l’abuso della natura o il dominio dispotico dell’essere umano sul creato, o le guerre, l’ingiustizia e la violenza, come credenti possiamo riconoscere che in tal modo siamo stati infedeli al tesoro di sapienza che avremmo dovuto custodire».
Di fronte alle CONSEGUENZE DELLA NOSTRA OSTILITÀ VERSO GLI ALTRI, del mancato rispetto della casa comune e dello sfruttamento abusivo delle risorse naturali – viste come strumenti utili unicamente per il profitto di oggi, senza rispetto per le comunità locali, per il bene comune e per la natura – abbiamo bisogno di una CONVERSIONE ECOLOGICA.
Il recente Sinodo sull’Amazzonia ci spinge a rivolgere, in modo rinnovato, l’appello per una relazione pacifica tra le comunità e la terra, tra il presente e la memoria, tra le esperienze e le speranze.
Questo cammino di riconciliazione è anche ascolto e contemplazione del mondo che ci è stato donato da Dio affinché ne facessimo la nostra casa comune. Infatti, le risorse naturali, le numerose forme di vita e la Terra stessa ci sono affidate per essere “coltivate e custodite” (cfr Gen 2,15) anche per le generazioni future, con la partecipazione responsabile e operosa di ognuno. Inoltre, abbiamo bisogno di un cambiamento nelle convinzioni e nello sguardo, che ci apra maggiormente all’incontro con l’altro e all’accoglienza del dono del creato, che riflette la bellezza e la sapienza del suo Artefice.
Da qui scaturiscono, in particolare, motivazioni profonde e un nuovo modo di abitare la casa comune, di essere presenti gli uni agli altri con le proprie diversità, di celebrare e rispettare la vita ricevuta e condivisa, di preoccuparci di condizioni e modelli di società che favoriscano la fioritura e la permanenza della vita nel futuro, di sviluppare il bene comune dell’intera famiglia umana.
La conversione ecologica alla quale facciamo appello ci conduce quindi a UN NUOVO SGUARDO SULLA VITA, considerando la generosità del Creatore che ci ha donato la Terra e che ci richiama alla GIOIOSA SOBRIETÀ DELLA CONDIVISIONE. Tale conversione va intesa in maniera integrale, come una trasformazione delle relazioni che intratteniamo con le nostre sorelle e i nostri fratelli, con gli altri esseri viventi, con il creato nella sua ricchissima varietà, con il Creatore che è origine di ogni vita. Per il cristiano, essa richiede di «lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo».

  1. Si ottiene tanto quanto si spera

Il cammino della riconciliazione richiede pazienza e fiducia. Non si ottiene la pace se non la si spera.
Si tratta prima di tutto di CREDERE NELLA POSSIBILITÀ DELLA PACE, di credere che l’altro ha il nostro stesso bisogno di pace. In questo, ci può ispirare l’amore di Dio per ciascuno di noi, amore liberante, illimitato, gratuito, instancabile.
La paura è spesso fonte di conflitto.
Per i discepoli di Cristo, questo cammino È SOSTENUTO ANCHE DAL SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE, donato dal Signore per la remissione dei peccati dei battezzati. Questo sacramento della Chiesa, che rinnova le persone e le comunità, chiama a tenere lo sguardo rivolto a Gesù, che ha riconciliato «tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli» (Col 1,20); e chiede di deporre ogni violenza nei pensieri, nelle parole e nelle opere, sia verso il prossimo sia verso il creato.
La grazia di Dio Padre si dà come amore senza condizioni. Ricevuto il suo perdono, in Cristo, possiamo metterci in cammino per offrirlo agli uomini e alle donne del nostro tempo. Giorno dopo giorno, lo Spirito Santo ci suggerisce atteggiamenti e parole affinché diventiamo artigiani di giustizia e di pace.
Che il Dio della pace ci benedica e venga in nostro aiuto.

Che Maria, Madre del Principe della pace e Madre di tutti i popoli della terra, ci accompagni e ci sostenga nel cammino di riconciliazione, passo dopo passo.
E che ogni persona, venendo in questo mondo, possa conoscere un’esistenza di pace e sviluppare pienamente la promessa d’amore e di vita che porta in sé.

Papa  Francesco        Dal Vaticano, 8 dicembre 2019

E… ‘A Maronna c’accumpagne in questo 2020!

Don Piero Milani
parroco

L’intero messaggio è disponibile sul sito del vaticano o a questo link

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Catechesi del parroco – Dicembre 2019

Archivio Catechesi parroco

LA CORONA DELL’AVVENTO: INSIEME VERSO IL NATALE!

In questi giorni cominciamo a vedere, nelle vetrine e lungo le strade, tante luci. Non possiamo più immaginare il Natale senza le luci: in realtà, è Gesù la luce che viene nel mondo!
Anche nelle nostre Chiese, e non solo, è sempre più diffusa la tradizione nordica di accompagnare le quattro domeniche che preparano al Natale con la “CORONA DELL’AVVENTO”, il segno dell’attesa di Gesù, che verrà per illuminare la notte degli uomini sulla terra.
Vorremmo che questo segno entrasse a far parte sempre più anche delle nostre famiglie, dove già il presepe e l’albero di Natale sono segni ormai acquisiti.
Come comunità parrocchiale vivremo questo tempo accompagnati DAL SEGNO DELLA CORONA DELL’AVVENTO, che troveremo vicino all’altare, e attraverso un cartellone che ci aiuterà, di domenica in domenica, attraverso il simbolo della candela, spenta e accesa, a capire che cosa significa ESSERE CHIESA, ossia cristiani che si sentono e costruiscono una comunità, una Chiesa viva.
Quest’anno il segno dell’attesa di Gesù sarà la “Corona dell’Avvento”, da costruire in famiglia con le candele che i bambini del catechismo riceveranno ogni domenica al termine della Messa: ogni famiglia, così, si preparerà attorno al simbolo della luce, che illumina il mistero della nostra vita e riscalda il nostro cuore.
Verrà dato inoltre, ad ogni ragazzo, un LIBRETTO TASCABILE che, a partire dal primo di dicembre, ci accompagnerà fino a Natale e il giorno dell’Epifania, e potrà essere usato per vivere un breve momento di preghiera familiare intorno alla corona di avvento che sarà costruita in ogni famiglia.
Tre sono gli elementi di questo simbolo:

  • La CORONA INTRECCIATA CON RAMI VERDI di abete, simbolo di speranza e di vita che non finisce. La voce del profeta Isaia, che percorre tutto l’Avvento, è una voce di speranza che prepara la venuta del messia e ne preannuncia il compiersi della promessa di Dio per gli uomini;
  • LA FORMA CIRCOLARE DELLA CORONA, come il cerchio dell’anello nuziale, è il segno della fedeltà: la fedeltà di Dio alle sue promesse. Per questa ragione la corona dell’Avvento deve mantenere la sua forma circolare e non divenire una qualsiasi composizione floreale con quattro candele;
  • LE QUATTRO CANDELE, che si accendo progressivamente una in più per ogni settimana, sono il segno del Signore che viene e della crescente gioia dell’umanità che attende il Redentore. Di solito l’accensione è riservata al più piccolo e avviene durante la settimana quando si prega o si mangia insieme la sera, o quando arriva un ospite.

La famiglia tutta così si prepara al Natale attorno al simbolo della luce. La fiamma accesa comunica gioia a bambini e adulti, e fa sentire che Dio è vicino. Egli illumina il mistero della nostra vita e riscalda il nostro cuore: “Rallegratevi: il Signore è vicino!”
Il CONCERTO DI NATALE, dal titolo “Forza Gesù, vinci tu!”, di sabato 21 dicembre ci aiuterà a ripercorrere insieme tutto il cammino fatto in questo tempo di Avvento attraverso i canti e alcuni dialoghi che coinvolgeranno sia i più piccoli che i più grandi, compresi genitori e nonni.
Ricordo che, vicino alla balaustra si trova anche LA CESTA DELLA SOLIDARIETÀ’: non possiamo immaginare di andare incontro a Gesù senza pensare anche a chi è meno fortunato di noi. Sia la domenica che qualunque altro giorno potrà essere riempita di viveri non deperibili per aiutare i più bisognosi.

Anche quest’anno vivremo il giorno dell’EPIFANIA, il 6 gennaio, il “PRANZO PER GLI AMICI DI STRADA”. L’appuntamento per organizzare il tutto è fissato per domenica 15 dicembre ore 11,30.

Vorrei concludere e augurare a tutti un BUON NATALE con le parole di una preghiera di Santa Madre Teresa di Calcutta:

È Natale ogni volta che sorridi a un fratello e gli tendi la mano.
È Natale ogni volta che rimani in silenzio per ascoltare l’altro.
È Natale ogni volta che non accetti quei principi che relegano gli oppressi ai margini della società.
È Natale ogni volta che speri con quelli che disperano nella povertà fisica e spirituale.
È Natale ogni volta che riconosci con umiltà i tuoi limiti e la tua debolezza.
È Natale ogni volta che permetti al Signore di rinascere per donarlo agli altri.
Chi nel cammino della vita ha acceso anche soltanto una luce nell’ora buia di qualcuno non è vissuto invano. Non esiste povertà  peggiore che non avere amore da dare.”

Iniziamo fiduciosi questo nuovo anno liturgico con questo tempo di Avvento: con la preghiera e l’impegno fattivo vogliamo camminare insieme verso questo SANTO NATALE!

Don Piero Milani
parroco

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Catechesi del parroco – Novembre 2019

Archivio Catechesi parroco

Lettera pastorale: Visitare i carcerati

Il nostro Cardinale ci invita, anche quest’anno, ad impegnarci nel progetto della costruzione del Regno di Dio. Vogliamo essere una comunità che annuncia, celebra e testimonia IL VANGELO DELLA CARITÀ: esso ci ricorda che gli ultimi sono la “vera carne di Cristo” e in loro concretamente Lo incontriamo. Gli ultimi sono per noi il criterio per riconoscere l’autenticità del nostro impegno di cristiani.
“CHIESA IN USCITA” significa uscire per incontrare la gente, per contagiare tutti di speranza evangelica, per chinarsi su ogni fratello piagato (affamato, ignudo, assetato, straniero, sofferente, prigioniero).
“Ci soffermeremo, -ci ricorda il nostro Arcivescovo-, sull’opera di carità “VISITARE I CARCERATI”: fragilità etica che accomuna l’intera umanità; la chiesa esperta in umanità è capace di raccogliere nel suo stesso grembo i delinquenti e le loro vittime e sa farsi prossima a tutti per cambiare i cuori con il Vangelo della misericordia.” (pag.6)
Tutti noi abbiamo delle catene che ci tengono imprigionati: tante schiavitù che limitano la nostra autonomia e avviliscono la stessa dignità umana. Sono le molteplici dipendenze: dai dispositivi elettronici alle droghe, dal sesso alla maldicenza e alla violenza. Ognuno di noi è un groviglio di nobili aspirazioni e di meschinità.
“I detenuti sono uomini e donne che hanno commesso diversi errori, a volte gravi; uomini e donne a cui è stato sottratto il bene più prezioso, la libertà, fisica o morale e psichica e talvolta anche la dignità.” (pag.7)
“La sesta opera di misericordia corporale, VISITARE I CARCERATI, è di certo la più disattesa tra tutte le altre. Facciamo già fatica a convincerci che Gesù possa riconoscersi negli affamati, negli assetati, negli infermi. Ma che si sia potuto identificare anche con i detenuti, con avanzi di galera, ci sembra troppo!.” (pag.9)
Molti di questi, prima di essere delinquenti, sono gli sconfitti dalla vita, e con rancore guardano a questa società, diventando a loro volta vittime della “legge del carcere”, con un abbrutimento permanente.
“Siamo tutti convinti, -ci ricorda ancora il nostro Cardinale-, che ad ogni crimine debba corrispondere un’adeguata, severa punizione. Punire non è l’unica funzione della giustizia. Recuperare delle vite spezzate, rimettere in piedi chi è caduto rappresenta un compito di gran lunga più importante. A tale scopo è indispensabile indurre nel detenuto delle motivazioni che lo spingono a maturare il senso di responsabilità e la conseguenza delle proprie azioni. E ciò sarà possibile solo se egli non si riterrà un reietto, uno scarto su cui nessuno più è disposto a scommettere” (pag.14)
Ma sapientemente provocatorio risulta il suggerimento di Gesù: “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra” (Giovanni 8,7).” (pag.10) Con queste parole Gesù disarma le mani e le menti di uomini che lo accusano di una eccessiva indulgenza.
Gesù poi si china e scrive per terra: chiede a tutti di tacere e chinarsi di fronte al mistero di una persona umana. Solo chi è senza peccato può farsi esecutore del giudizio e quello di Dio è solo Misericordia, offerta di perdono.
Gesù poi si alza in piedi come davanti a una persona attesa e ragguardevole: quest’ultima riscopre la dignità della sua esistenza, l’unicità del suo essere. “Nessuno ti ha condannata? neanch’io ti condanno”, sono le parole capaci di cambiare una vita.
Il perdono è un atto rigenerativo; non è un colpo di spugna per gli errori precedenti; è un colpo d’ala verso un’esistenza nuova.
Il Vangelo chiede una convinta conversione dai comportamenti ingiusti e non autorizza nessuno a sottrarsi alle proprie responsabilità. “Se la giustizia è un’alta istanza di civiltà, il perdono ha qualcosa di divino. Per questo è capace di rigenerare vita e di rifondare i rapporti umani. Perdonare è un verbo che solo Dio sa e può coniugare; e anche noi, se sostenuti dalla sua Grazia.” (pag.12)
“Non è pensabile reinserire nel tessuto sociale un ex detenuto senza preparare la comunità ad accoglierlo. Spesso egli ritorna in un ambiente dove prevalgono relazioni umane complesse, condizioni sociali anche degradate, che scoraggiano ogni proposito di un vero cambiamento. Bisogna per questo adottare una prospettiva di lungo respiro per superare le cause strutturali della povertà e delle disuguaglianze sociali. In alternativa, i nostri progetti assistenziali potranno dare solo risposte provvisorie e parziali”. (pag. 21-22)
“La comunità cristiana può garantire una costante e proficua connessione con il mondo della detenzione per sostenere chi ha commesso delle colpe e contribuire con l’affiancamento personale al suo reinserimento nella società, soprattutto mediante la SINERGIA tra pastorale per i detenuti e quella del lavoro, della cultura, della scuola, coinvolgendo i vari soggetti sociali, le associazioni interessate, gli esperti in campo psicologico e pedagogico.” (pag. 23)
L’invito, allora, è quello di formare il popolo di Dio, ossia la nostra comunità parrocchiale al perdono e alla riconciliazione; istruire, inoltre, eventuali operatori mediante percorsi di sensibilizzazione e di adeguata attenzione a un orizzonte umano poco conosciuto e quasi sempre trascurato come quello dei carcerati.
Infine, è necessario accompagnare e visitare sia le famiglie, che i detenuti. La visita non risolve certo tutti i problemi, ma può alleggerire il peso dell’isolamento e consentire di riprendere fiato. “La comunità cristiana non sarebbe tale se non si prendesse cura dei detenuti. Questi rischiano di restare invisibili più di quanti dormono per le strade, marginalizzati molto più dei poveri che bussano alle nostre porte, oscurati dal silenzio dell’indifferenza. (pag.25)
Come comunità ci aspetta, allora, anche quest’anno un bell’impegno da vivere e realizzare insieme.
‘A Maronna c’accumpagna! Ne siamo certi!

Don Piero Milani
parroco

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Ritiro operatori pastorali

News

Giovedì 19 settembre, nel salone dell’Immacolata all’Arco Mirelli, gli operatori pastorali si sono incontrati per un ritiro di condivisione e preparazione per l’anno pastorale che sta per iniziare.
Una meditazione di don Giuseppe sull’ultimo capitolo del Vangelo di Giovanni ed una riflessione di don Piero sul capitolo quinto dell’Evangelii Gaudium hanno introdotto la giornata, proseguita poi con uno scambio di proposte per il nuovo anno pastorale.
Nel file allegato la traccia di lavoro che è stata distribuita.

documento
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Catechesi del parroco – Maggio 2019

Archivio Catechesi parroco
O benedetta fra le donne,
dolcissima Maria,
Madre di Dio e Madre nostra.
Volgi il tuo sguardo d’amore
verso di noi che ti veneriamo
nella bella immagine
che è in questo Santuario
di Piedigrotta.
Concedici di imitare
la tua fede e la tua vita;
aiuta tutti noi, le nostre famiglie,
la nostra bella città di Napoli
e tutti coloro che ancora
non conoscono e non amano
tuo Figlio Gesù Cristo,
nostro Signore. Amen.
Carissimi,

il mese di maggio è il periodo in cui viviamo il tempo di Pasqua, le feste della prima confessione e comunione, la festa della mamma, e di un’altra mamma molto speciale come Maria. È il mese mariano in cui attraverso la preghiera del rosario vogliamo invocare insieme, come popolo di Dio, in Chiesa, nei i nostri quartieri dove sono state poste le edicole della Madonna, e nelle nostre case, il nome di Maria.
Noi abbiamo la gioia, ancora prima che nascesse la nostra Parrocchia (il 16 maggio 1912), di avere una Basilica dedicata a Lei e delle tradizioni mariane, con preghiere, canti particolari a lei dedicati e la “sabatina”.
La preghiera del rosario nasce affinché anche il popolo potesse pregare nell’arco della settimana, come facevano i monaci con i 150 salmi, con le 150 Ave Maria. Era la preghiera per le persone semplici, che non sapevano né leggere, né scrivere. Una preghiera, però, che portava a meditare i misteri di Dio realizzati nella persona di Gesù.
Nonostante che l’angelo Gabriele la saluti col nuovo nome “piena di grazia”, noi nella preghiera a lei rivolta aggiungiamo subito il nome che ci è familiare: MARIA; Ave, Maria, piena di grazia.
Nella Bibbia I NOMI non sono arbitrari, come da noi, ma hanno un loro preciso significato che è legato alle circostanze della nascita, all’aspetto fisico o al temperamento, oppure hanno un diretto riferimento a Dio o alla missione assegnata. Pronunciare il nome di un individuo significava, quindi, rivelare la sua reale identità. Imporre il nome era un atto solenne e decisivo. Diventa allora importante conoscere il significato del nome di Maria.
MARIA è un nome composto da due radici, una egizia, l’altra ebraica. Myr, in egizio, significa “l’amata”; yam,in ebraico, è l’abbreviazione di Yahwèh. Myriam vuol dire dunque l’amata da Yahvèh, la prediletta di Dio. Il suo nome è già indicativo del destino unico della sua vita e della sua missione: quello di essere, per sempre, la prediletta di Dio, scelta per una missione divina di salvezza, per la quale sarebbe stata associata in perpetuo alle tre Persone della Santissima Trinità. Il suo nome rappresenta quindi una stupenda promessa.
Miryam ci fa memoria che il Signore fornirà per sempre abbondanti motivi di stupore e letizia a un cuore che vuole lodarlo. È un nome che ci racconta la sua fede, il suo essere donna forte, la sua purezza, la sua femminilità che diventa strumento della rivelazione di Dio. Un nome che ci ricorda il suo nulla capace di contenere l’Assoluto, l’Infinito.
L’essere amata e prediletta da Dio non è un privilegio che mortifica ed abbassa le altre donne: anzi le onora e le eleva tutte. Dio Padre vuole mostrare in Maria ciò che ha preparato per tutte le donne, a somiglianza di lei.  In lei il femminile della creazione è elevato alla dimensione suprema di Dio e, per Maria e in Maria, la prediletta, Dio mostra e rivela il suo volto femminile, fecondo e materno.
Un privilegio che si tramuta in dono, per conoscere Dio nel suo aspetto più dolce e ineffabile!

Pronunciare il tuo nome, Maria, è dire che la povertà seduce gli occhi di Dio.
Pronunciare il tuo nome, Maria, è dire che la promessa sa di latte materno.
Pronunciare il tuo nome, Maria, è dire che nella nostra carne abita il silenzio del Verbo.
Pronunciare il tuo nome, Maria, è dire che il Regno viene di pari passo con la storia.
Pronunciare il tuo nome, Maria, è dire che ogni nome può essere pieno di Grazia.
Pronunciare il tuo nome, Maria, è dire Tutta Sua,
Causa della nostra Gioia.    (Pedro Casaldàliga)

Riprendiamo, allora, la bella abitudine di dire il rosario insieme, in famiglia, o davanti alle nostre edicole dedicate a Maria (noi lo faremo il lunedì alle ore 19,45), o in Chiesa prima della Messa della sera alle ore 18,30.
Guardiamo a Maria per agire come Lei.

‘A Maronna c’accumpagne!

Don Piero Milani
parroco

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Catechesi del parroco – Aprile 2019

Archivio Catechesi parroco

PASQUA È L’EVANGELO DEL CORPO!

 

Carissimi,
La storia va diritta per la sua strada, molte volte con passo di belva.
La storia di Gesù viene a noi con passo di sole, egli avanza incontro a ciascuno con il passo dell’amico e del pastore, un passo di luce.
Come il sole, Cristo ha preso il proprio slancio nel cuore di una notte: quella di Natale – piena di stelle, di angeli, di canti, di greggi – , e lo riprende in un’altra notte, quella di Pasqua: notte di naufragio, di terribili silenzio, di buio ostile, dove geme e piange un pugno di uomini e di donne totalmente disorientati.
Notte dell’incarnazione, in cui il Verbo si fa carne.
Notte della risurrezione, in cui la carne indossa una tunica di luce, in cui si apre il sepolcro, vuoto e risplendente nel fresco dell’alba. E nel giardino è primavera.
Nessun corpo dentro, solo le bende giacevano al suolo; nessun cadavere, ma un  uomo identico e insieme nuovo, più vivo che mai! Così respira la fede, da una notte all’altra sul ritmo del sole.
E Pasqua ci invita a mettere il nostro respiro in sintonia con quell’immenso soffio che unisce incessantemente il visibile con l’invisibile, la terra e il cielo, il Verbo e la carne, il mondo dei morti con quello dei vivi. Ci invita a respirare quel ansia di luce che abita i nostri inverni, a respirare sempre Cristo, il Vivente che fa vivere.
IL PRIMO SEGNO DI PASQUA È il sepolcro vuoto, e questo vuol dire che nella storia manca un corpo per chiudere in pareggio il conto degli uccisi. Una tomba è vuota: manca un morto alla contabilità della morte, i suoi conti sono in perdita. Manca un corpo al bilancio della violenza: il suo bilancio è negativo.
La risurrezione di Cristo solleva la nostra terra, questo pianeta di tombe, verso un mondo nuovo, dove gli imperi fondati sulla violenza crollano, dove le piaghe della vita possono distillare non più sangue ma luce, come le ferite del Risorto.
Risurrezione: per  dire che il male non è il vincitore, che di fronte alla violenza che dilaga la Pasqua ci convoca a rifiutarci di accettare una storia in cui il carnefice abbia in eterno  ragione della vittima. Gesù, vittima che risorge, mostra che Dio è Dio, non vinceranno i più violenti o i più forti, ma che l’esito della storia sarà buono e giusto. Pasqua è il vero salto di qualità della storia.
Ma Cristo va, con passo di sole, anche sulla strada di ciascuno.
Pasqua è l’evangelo del corpo: è il corpo che risuscita e non l’anima. Un’anima indistruttibile non basta a dare senso  alla vita eterna.
Tutta la settimana santa è focalizzata attorno al corpo di Gesù: Maria di Betania unge di nardo i suoi piedi e li avvolge con i suoi capelli. Inizia così la passione, con il corpo profumato; poi, “Questo è il mio corpo, prendete”; il corpo torturato, inchiodato, violentato dalla morte, sepolto; poi il corpo assente nel sepolcro, e infine il corpo di Cristo trasformato a Pasqua!
La risurrezione è l’evangelo del corpo, è la buona notizia che esso non è destinato a essere annullato, azzerato, semplicemente buttato via, ma trasformato.
Perché il corpo è il luogo in cui è detto il cuore dell’uomo. E se il cuore è abitato da Dio, finalmente, come dice padre Turoldo, i sensi saranno “divine tastiere” e il corpo sboccerà di nuovo oltre la morte, come un fiore di luce.
La risurrezione è la salvezza della corporeità. Dopo i racconti di Pasqua non si può più pensare al corpo come a un involucro da cui liberarsi per entrare in comunione con Dio. L’intera persona umana entra nella vita di Dio.
La risurrezione, centro della fede cristiana, riguarda proprio il corpo e si fonda sull’esperienza di Gesù risorto. La sua e la nostra risurrezione sono intimamente connesse che non è vera l’una senza l’altra.
La risurrezione di Gesù è per noi; è l’inizio della risurrezione universale dei morti.
L’intera storia è vista come un travaglio che genera la creatura nuova. E la stessa creazione attende con impazienza, “geme e soffre nelle doglie del parto” aspettando di venire alla luce della gloria dei figli di Dio, alla redenzione del corpo (cf Rm 8,19-24).
Il mattino di Pasqua è venuto alla luce il capo, Cristo. Segue il corpo, che siamo noi. Lui è il primo che ha vissuto una vita che va oltre la morte, è il primogenito tra molti fratelli, il primogenito di coloro  che risuscitano dai morti.
La risurrezione è la bellezza di Dio partecipata all’uomo e, in lui,  a tutta la creazione: sono i cieli nuovi e la terra nuova contemplati da Isaia (65,17), dove tutto ha lo stupore di un perenne mattino che non conosce tramonto, di una gioia sorgiva e perenne.
Ma l’eternità, la vita nuova e definitiva è già entrata, con la morte e risurrezione di Gesù, nella mia esperienza.
È da me vissuta, qui e adesso, nell’indistruttibilità dei gesti che compio: di amore, di perdono, di amicizia, di onestà, di libertà responsabile. Gesti nei quali supero misteriosamente il tempo raggiungendo l’eternità nella misura in cui mi affido alla vita e all’eternità del crocifisso risorto che ha vinto la morte.
È bello pensare che posso riscattare l’angoscia del tempo, la storia del mio corpo, con atti di dedizione che hanno un valore definitivo, depositato nella pienezza del corpo risorto di Cristo!

Don Piero Milani
parroco

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Catechesi del parroco – Marzo 2019

Archivio Catechesi parroco

QUARESIMA: CAMMINO… VERSO LA PASQUA!

Cari fratelli e sorelle, – scrive Papa Francesco, nel suo messaggio per la quaresima –
ogni anno, la Chiesa «dona ai suoi fedeli di prepararsi con gioia alla celebrazione della Pasqua, perché […] attingano ai misteri della redenzione la pienezza della vita nuova in Cristo» (Prefazio di Quaresima 1). In questo modo possiamo camminare, di Pasqua in Pasqua, verso il compimento di quella salvezza che già abbiamo ricevuto grazie al mistero pasquale di Cristo: «nella speranza infatti siamo stati salvati» (Rm 8,24). Questo mistero di salvezza, già operante in noi durante la vita terrena, è un processo dinamico che include anche la storia e tutto il creato. San Paolo arriva a dire: «L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19). In tale prospettiva vorrei offrire qualche spunto di riflessione, che accompagni il nostro cammino di conversione nella prossima Quaresima.

  1. La redenzione del creato

La celebrazione del Triduo Pasquale della passione, morte e risurrezione di Cristo, culmine dell’anno liturgico, ci chiama ogni volta a vivere un itinerario di preparazione, consapevoli che il nostro diventare conformi a Cristo (cfr Rm 8,29) è un dono inestimabile della misericordia di Dio. Se l’uomo vive da figlio di Dio, se vive da persona redenta, che si lascia guidare dallo Spirito Santo (cfr Rm 8,14) e sa riconoscere e mettere in pratica la legge di Dio, cominciando da quella inscritta nel suo cuore e nella natura, egli fa del bene anche al creato, cooperando alla sua redenzione. Per questo IL CREATO – dice san Paolo – ha come un desiderio intensissimo che si manifestino i figli di Dio, che cioè quanti godono della grazia del mistero pasquale di Gesù ne vivano pienamente i frutti, destinati a raggiungere la loro compiuta maturazione nella redenzione dello stesso corpo umano. Quando la carità di Cristo trasfigura la vita dei santi – spirito, anima e corpo –, questi danno lode a Dio e, con la preghiera, la contemplazione, l’arte coinvolgono in questo anche le creature, come dimostra mirabilmente il “Cantico di frate sole” di San Francesco d’Assisi (cfr Enc. Laudato si’, 87). Ma in questo mondo l’armonia generata dalla redenzione è ancora e sempre minacciata dalla forza negativa del peccato e della morte.

  1. La forza distruttiva del peccato

Infatti, QUANDO NON VIVIAMO DA FIGLI DI DIO, mettiamo spesso in atto comportamenti distruttivi verso il prossimo e le altre creature – ma anche verso noi stessi – ritenendo, più o meno consapevolmente, di poterne fare uso a nostro piacimento. L’intemperanza prende allora il sopravvento, conducendo a uno stile di vita che vìola i limiti che la nostra condizione umana e la natura ci chiedono di rispettare, seguendo quei desideri incontrollati che nel libro della Sapienza vengono attribuiti agli empi, ovvero a coloro che non hanno Dio come punto di riferimento delle loro azioni, né una speranza per il futuro (cfr 2,1-11). Se non siamo protesi continuamente verso la Pasqua, verso l’orizzonte della Risurrezione, è chiaro che la logica del tutto e subito, dell’avere sempre di più finisce per imporsi.

La causa di ogni male, lo sappiamo, È IL PECCATO, che fin dal suo apparire in mezzo agli uomini ha interrotto la comunione con Dio, con gli altri e con il creato, al quale siamo legati anzitutto attraverso il nostro corpo. Rompendosi la comunione con Dio, si è venuto ad incrinare anche l’armonioso rapporto degli esseri umani con l’ambiente in cui sono chiamati a vivere, così che il giardino si è trasformato in un deserto (cfr Gen 3,17-18). Si tratta di quel peccato che porta l’uomo a ritenersi dio del creato, a sentirsene il padrone assoluto e a usarlo non per il fine voluto dal Creatore, ma per il proprio interesse, a scapito delle creature e degli altri.

Quando viene abbandonata la legge di Dio, la legge dell’amore, finisce per affermarsi la legge del più forte sul più debole. Il peccato che abita nel cuore dell’uomo (cfr Mc 7,20-23) – e si manifesta come avidità, brama per uno smodato benessere, disinteresse per il bene degli altri e spesso anche per il proprio – porta allo sfruttamento del creato, persone e ambiente, secondo quella cupidigia insaziabile che ritiene ogni desiderio un diritto e che prima o poi finirà per distruggere anche chi ne è dominato.

  1. La forza risanatrice del pentimento e del perdono

Per questo, il creato ha la necessità impellente che SI RIVELINO I FIGLI DI DIO, COLORO CHE SONO DIVENTATI “NUOVA CREAZIONE”: «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove» (2 Cor 5,17). Infatti, con la loro manifestazione anche il creato stesso può “fare pasqua”: aprirsi ai cieli nuovi e alla terra nuova (cfr Ap 21,1). E il cammino verso la Pasqua ci chiama proprio a restaurare il nostro volto e il nostro cuore di cristiani, tramite il pentimento, la conversione e il perdono, per poter vivere tutta la ricchezza della grazia del mistero pasquale.

Questa “impazienza”, questa attesa del creato troverà compimento quando si manifesteranno i figli di Dio, cioè quando i cristiani e tutti gli uomini entreranno decisamente in questo “travaglio” che è la conversione. Tutta la creazione è chiamata, insieme a noi, a uscire «dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). LA QUARESIMA È SEGNO SACRAMENTALE DI QUESTA CONVERSIONE. Essa chiama i cristiani a incarnare più intensamente e concretamente il mistero pasquale nella loro vita personale, familiare e sociale, in particolare ATTRAVERSO IL DIGIUNO, LA PREGHIERA E L’ELEMOSINA.

  • DIGIUNARE, cioè imparare a cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri e le creature: dalla tentazione di “divorare” tutto per saziare la nostra ingordigia, alla capacità di soffrire per amore, che può colmare il vuoto del nostro cuore.
  • PREGARE per saper rinunciare all’idolatria e all’autosufficienza del nostro io, e dichiararci bisognosi del Signore e della sua misericordia.
  • FARE ELEMOSINA per uscire dalla stoltezza di vivere e accumulare tutto per noi stessi, nell’illusione di assicurarci un futuro che non ci appartiene.

E così ritrovare la gioia del progetto che Dio ha messo nella creazione e nel nostro cuore, quello di amare Lui, i nostri fratelli e il mondo intero, e trovare in questo amore la vera felicità.

Cari fratelli e sorelle, la “quaresima” del Figlio di Dio è stata un entrare NEL DESERTO DEL CREATO per farlo tornare ad ESSERE QUEL GIARDINO della COMUNIONE CON DIO che era prima del peccato delle origini (cfr Mc 1,12-13; Is 51,3). La nostra Quaresima sia un ripercorrere lo stesso cammino, per portare la speranza di Cristo anche alla creazione, che «sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). Non lasciamo trascorrere invano questo tempo favorevole! Chiediamo a Dio di aiutarci a mettere in atto un cammino di vera conversione. Abbandoniamo l’egoismo, lo sguardo fisso su noi stessi, e rivolgiamoci alla Pasqua di Gesù; facciamoci prossimi dei fratelli e delle sorelle in difficoltà, condividendo con loro i nostri beni spirituali e materiali. Così, accogliendo nel concreto della nostra vita la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, attireremo anche sul creato la sua forza trasformatrice.

Francesco

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Catechesi del parroco – Febbraio 2019

Archivio Catechesi parroco

«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8)

Preghiera per la Giornata Mondiale del Malato


Padre di misericordia, fonte di ogni dono perfetto, aiutaci ad amare gratuitamente il nostro prossimo come Tu ci hai amati.

Signore Gesù,che hai sperimentato il dolore e la sofferenza, donaci la forza di affrontare il tempo della malattia e di viverlo con fede insieme ai nostri fratelli.

Spirito Santo, amore del Padre e del Figlio, suscita nei cuori il fuoco della tua carità, perché sappiamo chinarci sulla umanità piagata nel corpo e nello spirito.

Maria, Madre amorevole della Chiesa e di ogni uomo, mostraci la via tracciata dal tuo Figlio, affinché la nostra vita diventi in Lui servizio di salvezza in cammino verso la Pasqua.

Amen.

L’11 febbraio è l’anniversario della prima apparizione di Maria a Bernadette Soubirous, in Francia. È in questo giorno della SOLENNITÀ DELLA MADONNA DI LOURDES che San Giovanni Paolo II ha stabilito, nel 1993, la prima Giornata Mondiale del Malato. Quest’anno, per la ventisettesima edizione, Papa Francesco pubblica un messaggio nel quale esorta tutte le donne e gli uomini di buona volontà ad un rinnovato impegno al servizio di coloro che soffrono. Proseguiamo, in questo modo, anche la riflessione della Chiesa di Napoli sulla opera di misericordia di questo anno pastorale: “Visitare gli infermi”.

MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO
PER LA XXVII GIORNATA MONDIALE DEL MALATO 2019

«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). Queste sono le parole pronunciate da Gesù quando inviò gli apostoli a diffondere il Vangelo, affinché il suo Regno si propagasse attraverso gesti di amore gratuito.

In occasione della XXVII Giornata Mondiale del Malato, che si celebrerà in modo solenne a Calcutta, in India, l’11 febbraio 2019, la Chiesa, Madre di tutti i suoi figli, soprattutto infermi, ricorda che i gesti di dono gratuito, come quelli del Buon Samaritano, sono la via più credibile di evangelizzazione. La cura dei malati ha bisogno di professionalità e di tenerezza, di gesti gratuiti, immediati e semplici come la carezza, attraverso i quali si fa sentire all’altro che è “caro”.

LA VITA È DONO DI DIO, e come ammonisce San Paolo: «Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto?» (1 Cor 4,7). Proprio perché è dono, l’esistenza non può essere considerata un mero possesso o una proprietà privata, soprattutto di fronte alle conquiste della medicina e della biotecnologia che potrebbero indurre l’uomo a cedere alla tentazione della manipolazione “dell’albero della vita” (cfr Gen 3,24).

Di fronte alla cultura dello scarto e dell’indifferenza, mi preme affermare che IL DONO VA POSTO COME IL PARADIGMA IN GRADO DI SFIDARE L’INDIVIDUALISMO E LA FRAMMENTAZIONE SOCIALE CONTEMPORANEA, per muovere nuovi legami e varie forme di cooperazione umana tra popoli e culture. Il dialogo, che si pone come presupposto del dono, apre spazi relazionali di crescita e sviluppo umano capaci di rompere i consolidati schemi di esercizio di potere della società. Il donare non si identifica con l’azione del regalare perché può dirsi tale solo se è dare sé stessi, non può ridursi a mero trasferimento di una proprietà o di qualche oggetto. Si differenzia dal regalare proprio perché contiene il dono di sé e suppone il desiderio di stabilire un legame. Il dono è, quindi, prima di tutto riconoscimento reciproco, che è il carattere indispensabile del legame sociale. Nel dono c’è il riflesso dell’amore di Dio, che culmina nell’incarnazione del Figlio Gesù e nella effusione dello Spirito Santo.

OGNI UOMO È POVERO, BISOGNOSO E INDIGENTE. Quando nasciamo, per vivere abbiamo bisogno delle cure dei nostri genitori, e così in ogni fase e tappa della vita ciascuno di noi non riuscirà mai a liberarsi totalmente dal bisogno e dall’aiuto altrui, non riuscirà mai a strappare da sé il limite dell’impotenza davanti a qualcuno o qualcosa. Anche questa è una condizione che caratterizza il nostro essere “creature”. Il leale riconoscimento di questa verità ci invita a rimanere umili e a praticare con coraggio la solidarietà, come virtù indispensabile all’esistenza.

Questa consapevolezza ci spinge a UNA PRASSI RESPONSABILE E RESPONSABILIZZANTE, in vista di un bene che è inscindibilmente personale e comune. Solo quando l’uomo si concepisce non come un mondo a sé stante, ma come uno che per sua natura è legato a tutti gli altri, originariamente sentiti come “fratelli”, è possibile una prassi sociale solidale improntata al bene comune. Non dobbiamo temere di riconoscerci bisognosi e incapaci di darci tutto ciò di cui avremmo bisogno, perché da soli e con le nostre sole forze non riusciamo a vincere ogni limite. […]

In questa circostanza della celebrazione solenne in India, voglio ricordare con gioia e ammirazione LA FIGURA DI SANTA MADRE TERESA DI CALCUTTA, un modello di carità che ha reso visibile l’amore di Dio per i poveri e i malati. […]

SANTA MADRE TERESA CI AIUTA A CAPIRE CHE L’UNICO CRITERIO DI AZIONE DEV’ESSERE L’AMORE GRATUITO VERSO TUTTI SENZA DISTINZIONE DI LINGUA, CULTURA, ETNIA O RELIGIONE. Il suo esempio continua a guidarci nell’aprire orizzonti di gioia e di speranza per l’umanità bisognosa di comprensione e di tenerezza, soprattutto per quanti soffrono.

La gratuità umana è il lievito dell’azione dei volontari che tanta importanza hanno nel settore socio-sanitario e che vivono in modo eloquente la spiritualità del Buon Samaritano. Ringrazio e incoraggio tutte le associazioni di volontariato che si occupano di trasporto e soccorso dei pazienti, quelle che provvedono alle donazioni di sangue, di tessuti e organi. Uno speciale ambito in cui la vostra presenza esprime l’attenzione della Chiesa è quello della tutela dei diritti dei malati, soprattutto di quanti sono affetti da patologie che richiedono cure speciali, senza dimenticare il campo della sensibilizzazione e della prevenzione. […]

Il volontario è un amico disinteressato a cui si possono confidare pensieri ed emozioni; attraverso l’ascolto egli crea le condizioni per cui il malato, da passivo oggetto di cure, diventa soggetto attivo e protagonista di un rapporto di reciprocità, capace di recuperare la speranza, meglio disposto ad accettare le terapie. Il volontariato comunica valori, comportamenti e stili di vita che hanno al centro il fermento del donare. È anche così che si realizza l’umanizzazione delle cure.

LA DIMENSIONE DELLA GRATUITÀ dovrebbe animare soprattutto le strutture sanitarie cattoliche, perché è la logica evangelica a qualificare il loro operare, sia nelle zone più avanzate che in quelle più disagiate del mondo. […]

Vi esorto tutti, a vari livelli, a PROMUOVERE LA CULTURA DELLA GRATUITÀ E DEL DONO, indispensabile per superare la cultura del profitto e dello scarto. Le istituzioni sanitarie cattoliche non dovrebbero cadere nell’aziendalismo, ma salvaguardare la cura della persona più che il guadagno. Sappiamo che la salute è relazionale, dipende dall’interazione con gli altri e ha bisogno di fiducia, amicizia e solidarietà, è un bene che può essere goduto “in pieno” solo se condiviso. La gioia del dono gratuito è l’indicatore di salute del cristiano.

VI AFFIDO TUTTI A MARIA, SALUS INFIRMORUM, SALUTE DEGLI INFERMI. Lei ci aiuti a condividere i doni ricevuti nello spirito del dialogo e dell’accoglienza reciproca, a vivere come fratelli e sorelle attenti ai bisogni gli uni degli altri, a saper donare con cuore generoso, a imparare la gioia del servizio disinteressato. A tutti con affetto assicuro la mia vicinanza nella preghiera e invio di cuore la Benedizione Apostolica.

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Catechesi del parroco – Gennaio 2019

Archivio Catechesi parroco

LA BUONA POLITICA È AL SERVIZIO DELLA PACE

Da 52 anni, il primo gennaio, ricorre la Giornata Mondiale della Pace. Papa Francesco ha scritto un messaggio dal titolo: “La buona politica è al servizio della pace”. Prende l’avvio dal brano evangelico di Luca nel quale Gesù inviando in missione i suoi discepoli raccomanda loro: “In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa! Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi” (10,5-6). Donare la pace è al centro della missione dei discepoli di Gesù: è per gli uomini che nonostante tutti i drammi e le violenze quotidiani sperano in essa.
Davvero oggi c’è una sfida più che mai attuale: quella della buona politica. Se, da una parte, la pace è come un fiore fragile che cerca di sbocciare in mezzo alle pietre della violenza, dall’altra la ricerca del potere ad ogni costo porta ad abusi ed ingiustizie. “La politica, ci ricorda il santo padre, è un veicolo fondamentale per costruire la cittadinanza e le opere dell’uomo, ma quando non è vissuta come servizio alla collettività umana, può diventare strumento di oppressione, di emarginazione e persino di distruzione.”
Ogni cristiano è chiamato a questa carità rispondendo alla sua vocazione e secondo il servizio svolto a favore della società. “Quando la carità lo anima, l’impegno per il bene comune ha una valenza superiore a quella dell’impegno soltanto secolare e politico”.
Papa Francesco, ricorda quindi, le “BEATITUDINI DEL POLITICO”, proposte dal cardinale vietnamita  Francois-Xavier Nguyen Van Tuan, morto nel 2002, che è stato un fedele testimone del Vangelo:

  • Beato il politico che ha un’alta consapevolezza e una profonda coscienza del suo ruolo.
  • Beato il politico la cui persona rispecchia la credibilità.
  • Beato il politico che lavora per il bene comune e non per il proprio interesse.
  • Beato il politico che si mantiene fedelmente coerente.
  • Beato il politico che realizza l’unità.
  • Beato il politico che è impegnato nella realizzazione di un cambiamento radicale.
  • Beato il politico che sa ascoltare.
  • Beato il politico che non ha paura.

Accanto alle virtù NON MANCANO I VIZI dovuti sia ad inettitudine personale sia a storture nell’ambiente e nelle istituzioni, sia alla corruzione, nelle sue molteplici forme e sfaccettature.
La buona politica, allora, promuove la partecipazione dei giovani, i quali si sentono partecipi di un progetto per il loro futuro, sentendosi protagonisti della costruzione della loro casa comune. La vita politica autentica si rinnova con la convinzione che ogni generazione racchiude in sé una promessa che può sprigionare nuove energie relazionali, intellettuali, culturali e spirituali.
Ognuno può apportare la propria pietra alla costruzione della casa comune. Viviamo in questi tempi in un clima di sfiducia che si radica nella paura dell’altro o dell’estraneo, nell’ansia di perdere i propri vantaggi, attraverso atteggiamenti di chiusura o nazionalismi che mettono in discussione quella fraternità di cui il nostro mondo globalizzato ha tanto bisogno.
Cento anni fà scoppiava la prima guerra mondiale: oggi più di ieri conosciamo il terribile insegnamento delle guerre fratricide, cioè che la pace non può mai ridursi al solo equilibrio delle forze e delle paure.
Va invece ribadito che essa si basa sul rispetto di ogni persona, qualunque sia la sua storia, sul rispetto del diritto e del bene comune, del creato che ci è stato affidato e della ricchezza morale trasmessa dalle generazioni passate.

C’è la necessità di un grande progetto di pace: esso si fonda sulla responsabilità reciproca e sull’interdipen-denza degli esseri umani. La pace è una conversione del cuore e dell’anima. È facile riconoscere TRE  DIMENSIONI INDISSOCIABILI di questa pace interiore e comunitaria.

  1. La pace con sé stessi. Rifiuta l’intransigenza, la collera e l’impazienza e ha bisogno “di un po’ di dolcezza verso sé stessi, per offrire un po’ di dolcezza verso gli altri” (S. Francesco di Sales);
  2. La pace con l’altro. Ossia l’amico, lo straniero, il familiare, il sofferente … osando l’incontro e ascoltando il messaggio che porta con sé;
  3. La pace con il creato. Riconosco la grandezza del dono che Dio ci ha fatto e la parte di responsabilità che spetta a ciascuno di noi.

 

La politica della pace può attingere dallo spirito del Magnificat che Maria canta a nome di tutte le generazioni: “Di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore”.
È davvero un  impegno importante quello che ci viene affidato: i doni di Dio non cadono dal cielo, ma chiedono, invece, la nostra piena partecipazione, affinché possano portare frutto. Sia questo dunque anche il mio augurio all’inizio del nuovo anno: “PACE A QUESTA CASA!”. E AUGURI DI BUON ANNO!!

Don Piero Milani
parroco

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