Madonna di Piedigrotta

Parrocchia S.Maria di Piedigrotta – Napoli

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Catechesi del parroco – Marzo 2021

Archivio Catechesi parroco

QUARESIMA: tempo di speranza e di carità

Qui di seguito troverai alcuni suggerimenti concreti, sempre proposti da Papa Francesco, per vivere la carità e il digiuno in quaresima.

 ATTI DI CARITA’

Sorridere, un cristiano è sempre allegro!
Ringraziare (anche se non siamo più abituati a farlo).
Ricordare all’altro quanto lo ami.
Salutare con gioia le persone che vedi ogni giorno.
Ascoltare con amore la storia dell’altro, senza processare nessuno.
Stop, fermati per aiutare. Stare attento a chi ha bisogno di te.
Animare qualcuno con la tua fiducia per fargli tornare la voglia di vivere.
Riconoscere i successi e le qualità dell’altro senza invidia.
Separare ciò che non usi e dare a chi ha bisogno.
Aiutare qualcuno in modo che possa riposare.
Correggere con amore; non tacere per paura.
avere finezze con quelli che sono vicino a te.
Pulire ciò che si è sporcato a casa, è un segno di rispetto.
aiutare gli altri a superare gli ostacoli.
Telefonare o visitare molte più volte i vostri genitori.

IL MIGLIOR DIGIUNO

Digiuno di parole negative e dire parole gentili.
Digiuno di malcontento e riempirsi di gratitudine.
Digiuno di rabbia e riempirsi con mitezza e pazienza.
Digiuno di pessimismo e riempirsi di speranza e ottimismo.
Digiuno di preoccupazioni e riempirsi di fiducia in Dio.
Digiuno di cose inutili per riempirsi la vita di cose semplici.
Digiuno di tensioni e riempire la vita con preghiere.
Digiuno di amarezza e tristezza e riempire il cuore di gioia.
Digiuno di egoismo e riempirsi con compassione per gli altri.
Digiuno di mancanza di perdono e riempirsi di riconciliazione.
Digiuno di parole e riempirsi di silenzio per ascoltare gli altri.

Messaggio per la QUARESIMA:

Nell’attuale contesto di preoccupazione in cui viviamo e in cui tutto sembra fragile e incerto, parlare di speranza potrebbe sembrare una provocazione. Il tempo di Quaresima è fatto per sperare, per tornare a rivolgere lo sguardo alla pazienza di Dio, che continua a prendersi cura della sua Creazione, mentre noi l’abbiamo spesso maltrattata. È speranza nella riconciliazione, alla quale ci esorta con passione San Paolo: «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor 5,20). Ricevendo il perdono, nel Sacramento che è al cuore del nostro processo di conversione, diventiamo a nostra volta diffusori del perdono: avendolo noi stessi ricevuto, possiamo offrirlo attraverso la capacità di vivere un dialogo premuroso e adottando un comportamento che conforta chi è ferito. Il perdono di Dio, anche attraverso le nostre parole e i nostri gesti, permette di vivere una Pasqua di fraternità.
Nella Quaresima, stiamo più attenti a «dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano, invece di parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano» (Enc. Fratelli tutti [FT], 223). A volte, per dare speranza, basta essere «una persona gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza» (ibid., 224).
Vivere una Quaresima con speranza vuol dire sentire di essere, in Gesù Cristo, testimoni del tempo nuovo, in cui Dio “fa nuove tutte le cose” (cfr Ap 21,1-6). Significa ricevere la speranza di Cristo che dà la sua vita sulla croce e che Dio risuscita il terzo giorno, «pronti sempre a rispondere a chiunque [ci] domandi ragione della speranza che è in [noi]» (1Pt 3,15).
La carità si rallegra nel veder crescere l’altro. Ecco perché soffre quando l’altro si trova nell’angoscia: solo, malato, senzatetto, disprezzato, nel bisogno… La carità è lo slancio del cuore che ci fa uscire da noi stessi e che genera il vincolo della condivisione e della comunione.
«A partire dall’amore sociale è possibile progredire verso una civiltà dell’amore alla quale tutti possiamo sentirci chiamati. La carità, col suo dinamismo universale, può costruire un mondo nuovo, perché non è un sentimento sterile, bensì il modo migliore di raggiungere strade efficaci di sviluppo per tutti» (FT, 183).
La carità è dono che dà senso alla nostra vita e grazie al quale consideriamo chi versa nella privazione quale membro della nostra stessa famiglia, amico, fratello. Il poco, se condiviso con amore, non finisce mai, ma si trasforma in riserva di vita e di felicità. Così avvenne per la farina e l’olio della vedova di Sarepta, che offre la focaccia al profeta Elia (cfr 1 Re 17,7-16); e per i pani che Gesù benedice, spezza e dà ai discepoli da distribuire alla folla (cfr Mc 6,30-44). Così avviene per la nostra elemosina, piccola o grande che sia, offerta con gioia e semplicità.
Vivere una Quaresima di carità vuol dire prendersi cura di chi si trova in condizioni di sofferenza, abbandono o angoscia a causa della pandemia di Covid-19. Nel contesto di grande incertezza sul domani, ricordandoci della parola rivolta da Dio al suo Servo: «Non temere, perché ti ho riscattato» (Is 43,1), offriamo con la nostra carità una parola di fiducia, e facciamo sentire all’altro che Dio lo ama come un figlio.

Buona Quaresima!

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Catechesi del parroco – Gennaio 2020

Archivio Catechesi parroco

LA PACE COME CAMMINO DI SPERANZA:
DIALOGO, RICONCILIAZIONE E CONVERSIONE ECOLOGICA

 

Carissimi parrocchiani,
buon anno 2020! Abbiamo, da qualche giorno, iniziato un nuovo anno: ci attendono 366 giorni di fogli bianchi che il Signore chiede di “scrivere” con Lui, per costruire una società nuova, più solidale con le persone e con il creato.
Il messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, che Papa Francesco ci offre, è una opportunità per riflettere sul nostro impegno ad essere anche noi “artigiani della pace” con nostra vita quotidiana, ma anche facendo una conversione che ci porti ad una “gioiosa sobrietà della condivisione”. Invochiamo allora lo Spirito Santo affinché faccia della nostra comunità parrocchiale un piccolo “cenacolo”, da cui escono testimoni coraggiosi e appassionati di Gesù.
Riporto, qui di seguito, solo i passaggi più significativi. Tutto il discorso lo troverete sul sito della parrocchia.

  1. La pace, cammino di speranza di fronte agli ostacoli e alle prove

La pace è un bene prezioso, oggetto della nostra speranza, al quale aspira tutta l’umanità.
La speranza è la virtù che ci mette in cammino, ci dà le ali per andare avanti, perfino quando gli ostacoli sembrano insormontabili.
La nostra comunità umana porta, nella memoria e nella carne, i segni delle guerre e dei conflitti che si sono succeduti, con crescente capacità distruttiva, e che non cessano di colpire specialmente i più poveri e i più deboli.
Le terribili prove dei conflitti civili e di quelli internazionali, aggravate spesso da violenze prive di ogni pietà, segnano a lungo il corpo e l’anima dell’umanità. Ogni guerra, in realtà, si rivela un fratricidio che distrugge lo stesso progetto di fratellanza, inscritto nella vocazione della famiglia umana. […] Risulta paradossale, come ho avuto modo di notare durante il recente viaggio in Giappone, che «il nostro mondo vive la dicotomia perversa di VOLER DIFENDERE E GARANTIRE LA STABILITÀ E LA PACE SULLA BASE DI UNA FALSA SICUREZZA SUPPORTATA DA UNA MENTALITÀ DI PAURA E SFIDUCIA, che finisce per avvelenare le relazioni tra i popoli e impedire ogni possibile dialogo. La pace e la stabilità internazionale sono incompatibili con qualsiasi tentativo di costruire sulla paura della reciproca distruzione o su una minaccia di annientamento totale; sono possibili solo a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana di oggi e di domani».
Come, allora, costruire un cammino di pace e di riconoscimento reciproco? Come rompere la logica morbosa della minaccia e della paura? Come spezzare la dinamica di diffidenza attualmente prevalente?
Dobbiamo PERSEGUIRE UNA REALE FRATELLANZA, basata sulla comune origine da Dio ed esercitata nel dialogo e nella fiducia reciproca. Il desiderio di pace è profondamente inscritto nel cuore dell’uomo e non dobbiamo rassegnarci a nulla che sia meno di questo.

  1. La pace, cammino di ascolto basato sulla memoria, sulla solidarietà e sulla fraternità

Anche oggi è necessario mantenere viva la fiamma della coscienza collettiva, testimoniando alle generazioni successive l’orrore di ciò che accadde nell’agosto del 1945 e le sofferenze indicibili che ne sono seguite fino ad oggi. I testimoni servono a risvegliare e conservare in questo modo la memoria delle vittime, affinché la coscienza umana diventi sempre più forte di fronte ad ogni volontà di dominio e di distruzione.
Come loro molti, in ogni parte del mondo, offrono alle future generazioni il servizio imprescindibile della memoria, che va custodita non solo per non commettere di nuovo gli stessi errori o perché non vengano riproposti gli schemi illusori del passato, ma anche perché essa, frutto dell’esperienza, costituisca la radice e suggerisca la traccia per le presenti e le future scelte di pace.
Ancor più, la memoria è L’ORIZZONTE DELLA SPERANZA: molte volte nel buio delle guerre e dei conflitti, il ricordo anche di un piccolo gesto di solidarietà ricevuta può ispirare scelte coraggiose e persino eroiche, può rimettere in moto nuove energie e riaccendere nuova speranza nei singoli e nelle comunità.
Aprire e tracciare un cammino di pace è una sfida, tanto più complessa in quanto gli interessi in gioco, nei rapporti tra persone, comunità e nazioni, sono molteplici e contradditori. Occorre, innanzitutto, fare appello alla coscienza morale e alla volontà personale e politica. La pace, in effetti, si attinge nel profondo del cuore umano e la volontà politica va sempre rinvigorita, per aprire nuovi processi che riconcilino e uniscano persone e comunità.
Il mondo non ha bisogno di parole vuote, ma di testimoni convinti, di ARTIGIANI DELLA PACE aperti al dialogo senza esclusioni né manipolazioni. Infatti, non si può giungere veramente alla pace se non quando vi sia un convinto dialogo di uomini e donne che cercano la verità al di là delle ideologie e delle opinioni diverse. […] Il processo di pace è quindi un impegno che dura nel tempo. È un lavoro paziente di ricerca della verità e della giustizia, che onora la memoria delle vittime e che apre, passo dopo passo, a una speranza comune, più forte della vendetta. […] Come sottolineava San Paolo VI, «la duplice aspirazione all’uguaglianza e alla partecipazione è diretta a promuovere un tipo di società democratica […]. Ciò sottintende l’importanza dell’educazione alla vita associata, dove, oltre l’informazione sui diritti di ciascuno, sia messo in luce il loro necessario correlativo: IL RICONOSCIMENTO DEI DOVERI NEI CONFRONTI DEGLI ALTRI.

  1. La pace, cammino di riconciliazione nella comunione fraterna

La Bibbia, in modo particolare mediante la parola dei profeti, richiama le coscienze e i popoli all’alleanza di Dio con l’umanità. Si tratta di abbandonare il desiderio di dominare gli altri e imparare a guardarci a vicenda come persone, COME FIGLI DI DIO, COME FRATELLI. L’altro non va mai rinchiuso in ciò che ha potuto dire o fare, ma va considerato per la promessa che porta in sé. Solo scegliendo la via del rispetto si potrà rompere la spirale della vendetta e intraprendere il cammino della speranza. […] Questo cammino di riconciliazione ci chiama a trovare nel profondo del nostro cuore la forza del perdono e la capacità di riconoscerci come fratelli e sorelle. Imparare a vivere nel PERDONO accresce la nostra capacità di diventare donne e uomini di pace.
Quello che è vero della pace in ambito sociale, è vero anche in quello politico ed economico, poiché la questione della pace permea tutte le dimensioni della vita comunitaria: non vi sarà mai vera pace se non saremo capaci di costruire un più giusto sistema economico. […]

  1. La pace, cammino di conversione ecologica

«Se una cattiva comprensione dei nostri principi ci ha portato a volte a giustificare l’abuso della natura o il dominio dispotico dell’essere umano sul creato, o le guerre, l’ingiustizia e la violenza, come credenti possiamo riconoscere che in tal modo siamo stati infedeli al tesoro di sapienza che avremmo dovuto custodire».
Di fronte alle CONSEGUENZE DELLA NOSTRA OSTILITÀ VERSO GLI ALTRI, del mancato rispetto della casa comune e dello sfruttamento abusivo delle risorse naturali – viste come strumenti utili unicamente per il profitto di oggi, senza rispetto per le comunità locali, per il bene comune e per la natura – abbiamo bisogno di una CONVERSIONE ECOLOGICA.
Il recente Sinodo sull’Amazzonia ci spinge a rivolgere, in modo rinnovato, l’appello per una relazione pacifica tra le comunità e la terra, tra il presente e la memoria, tra le esperienze e le speranze.
Questo cammino di riconciliazione è anche ascolto e contemplazione del mondo che ci è stato donato da Dio affinché ne facessimo la nostra casa comune. Infatti, le risorse naturali, le numerose forme di vita e la Terra stessa ci sono affidate per essere “coltivate e custodite” (cfr Gen 2,15) anche per le generazioni future, con la partecipazione responsabile e operosa di ognuno. Inoltre, abbiamo bisogno di un cambiamento nelle convinzioni e nello sguardo, che ci apra maggiormente all’incontro con l’altro e all’accoglienza del dono del creato, che riflette la bellezza e la sapienza del suo Artefice.
Da qui scaturiscono, in particolare, motivazioni profonde e un nuovo modo di abitare la casa comune, di essere presenti gli uni agli altri con le proprie diversità, di celebrare e rispettare la vita ricevuta e condivisa, di preoccuparci di condizioni e modelli di società che favoriscano la fioritura e la permanenza della vita nel futuro, di sviluppare il bene comune dell’intera famiglia umana.
La conversione ecologica alla quale facciamo appello ci conduce quindi a UN NUOVO SGUARDO SULLA VITA, considerando la generosità del Creatore che ci ha donato la Terra e che ci richiama alla GIOIOSA SOBRIETÀ DELLA CONDIVISIONE. Tale conversione va intesa in maniera integrale, come una trasformazione delle relazioni che intratteniamo con le nostre sorelle e i nostri fratelli, con gli altri esseri viventi, con il creato nella sua ricchissima varietà, con il Creatore che è origine di ogni vita. Per il cristiano, essa richiede di «lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo».

  1. Si ottiene tanto quanto si spera

Il cammino della riconciliazione richiede pazienza e fiducia. Non si ottiene la pace se non la si spera.
Si tratta prima di tutto di CREDERE NELLA POSSIBILITÀ DELLA PACE, di credere che l’altro ha il nostro stesso bisogno di pace. In questo, ci può ispirare l’amore di Dio per ciascuno di noi, amore liberante, illimitato, gratuito, instancabile.
La paura è spesso fonte di conflitto.
Per i discepoli di Cristo, questo cammino È SOSTENUTO ANCHE DAL SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE, donato dal Signore per la remissione dei peccati dei battezzati. Questo sacramento della Chiesa, che rinnova le persone e le comunità, chiama a tenere lo sguardo rivolto a Gesù, che ha riconciliato «tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli» (Col 1,20); e chiede di deporre ogni violenza nei pensieri, nelle parole e nelle opere, sia verso il prossimo sia verso il creato.
La grazia di Dio Padre si dà come amore senza condizioni. Ricevuto il suo perdono, in Cristo, possiamo metterci in cammino per offrirlo agli uomini e alle donne del nostro tempo. Giorno dopo giorno, lo Spirito Santo ci suggerisce atteggiamenti e parole affinché diventiamo artigiani di giustizia e di pace.
Che il Dio della pace ci benedica e venga in nostro aiuto.

Che Maria, Madre del Principe della pace e Madre di tutti i popoli della terra, ci accompagni e ci sostenga nel cammino di riconciliazione, passo dopo passo.
E che ogni persona, venendo in questo mondo, possa conoscere un’esistenza di pace e sviluppare pienamente la promessa d’amore e di vita che porta in sé.

Papa  Francesco        Dal Vaticano, 8 dicembre 2019

E… ‘A Maronna c’accumpagne in questo 2020!

Don Piero Milani
parroco

L’intero messaggio è disponibile sul sito del vaticano o a questo link

Scarica il messaggio

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Veglia di preghiera per la pace

Andare Oltre
Giovedì 6 giugno si è svolta la Veglia di preghiera per la pace. E’ il terzo anno che viene organizzata per sensibilizzare la comunità a chiedere al Signore il grande dono della pace.
Quest’anno c’è stata la partecipazione di padre Alex Zanotelli che, presiedendo la celebrazione, ha portato il suo contributo di esperienze.

La veglia, iniziata sul sagrato con l’accensione del braciere, da cui sono state poi accese le candele che ciascun fedele ha portato in processione fino all’altare, è proseguita con la recita della preghiera di don Tonino Bello allo Spirito Santo:

Spirito Santo / che riempivi di luce i Profeti / e accendevi parole di fuoco sulla loro bocca, / torna a parlarci / con accenti di speranza. / Frantuma la corazza della nostra assuefazione all’esilio. /

Ridestaci nel cuore / nostalgie di patrie perdute.

Dissipa le nostre paure: / scuotici dall’omertà./

Liberaci dalla tristezza / di non saperci più indignare / per soprusi consumati sui poveri. /

E preservaci dalla tragedia / di dover riconoscere che / le prime officine della violenza e della ingiustizia / sono ospitate nei nostri cuori. /

Donaci la gioia di capire / che tu non parli solo ai microfoni delle nostre Chiese. / Che nessuno può menar vanto di possederti. /

L’Intervento di padre Alex Zanotelli ha sollecitato l’attenzione sul problema della pace dovuto alle guerre fomentate principalmente da chi vuol mantenere le proprie agiatezza, sottoponendo la gran parte della popolazione mondiale a condizioni di vita più che disumane. E noi, del mondo occidentale, facciamo purtroppo parte di questo sistema di oppressione da cui dobbiamo perlomeno esserne consapevoli.

Infine ha sottolineato la più recente guerra che abbiamo intrapreso contro il pianeta che non sopporta più lo stile di vita che stiamo imponendo.

Libretto della veglia
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Catechesi del parroco – Marzo 2019

Archivio Catechesi parroco

QUARESIMA: CAMMINO… VERSO LA PASQUA!

Cari fratelli e sorelle, – scrive Papa Francesco, nel suo messaggio per la quaresima –
ogni anno, la Chiesa «dona ai suoi fedeli di prepararsi con gioia alla celebrazione della Pasqua, perché […] attingano ai misteri della redenzione la pienezza della vita nuova in Cristo» (Prefazio di Quaresima 1). In questo modo possiamo camminare, di Pasqua in Pasqua, verso il compimento di quella salvezza che già abbiamo ricevuto grazie al mistero pasquale di Cristo: «nella speranza infatti siamo stati salvati» (Rm 8,24). Questo mistero di salvezza, già operante in noi durante la vita terrena, è un processo dinamico che include anche la storia e tutto il creato. San Paolo arriva a dire: «L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19). In tale prospettiva vorrei offrire qualche spunto di riflessione, che accompagni il nostro cammino di conversione nella prossima Quaresima.

  1. La redenzione del creato

La celebrazione del Triduo Pasquale della passione, morte e risurrezione di Cristo, culmine dell’anno liturgico, ci chiama ogni volta a vivere un itinerario di preparazione, consapevoli che il nostro diventare conformi a Cristo (cfr Rm 8,29) è un dono inestimabile della misericordia di Dio. Se l’uomo vive da figlio di Dio, se vive da persona redenta, che si lascia guidare dallo Spirito Santo (cfr Rm 8,14) e sa riconoscere e mettere in pratica la legge di Dio, cominciando da quella inscritta nel suo cuore e nella natura, egli fa del bene anche al creato, cooperando alla sua redenzione. Per questo IL CREATO – dice san Paolo – ha come un desiderio intensissimo che si manifestino i figli di Dio, che cioè quanti godono della grazia del mistero pasquale di Gesù ne vivano pienamente i frutti, destinati a raggiungere la loro compiuta maturazione nella redenzione dello stesso corpo umano. Quando la carità di Cristo trasfigura la vita dei santi – spirito, anima e corpo –, questi danno lode a Dio e, con la preghiera, la contemplazione, l’arte coinvolgono in questo anche le creature, come dimostra mirabilmente il “Cantico di frate sole” di San Francesco d’Assisi (cfr Enc. Laudato si’, 87). Ma in questo mondo l’armonia generata dalla redenzione è ancora e sempre minacciata dalla forza negativa del peccato e della morte.

  1. La forza distruttiva del peccato

Infatti, QUANDO NON VIVIAMO DA FIGLI DI DIO, mettiamo spesso in atto comportamenti distruttivi verso il prossimo e le altre creature – ma anche verso noi stessi – ritenendo, più o meno consapevolmente, di poterne fare uso a nostro piacimento. L’intemperanza prende allora il sopravvento, conducendo a uno stile di vita che vìola i limiti che la nostra condizione umana e la natura ci chiedono di rispettare, seguendo quei desideri incontrollati che nel libro della Sapienza vengono attribuiti agli empi, ovvero a coloro che non hanno Dio come punto di riferimento delle loro azioni, né una speranza per il futuro (cfr 2,1-11). Se non siamo protesi continuamente verso la Pasqua, verso l’orizzonte della Risurrezione, è chiaro che la logica del tutto e subito, dell’avere sempre di più finisce per imporsi.

La causa di ogni male, lo sappiamo, È IL PECCATO, che fin dal suo apparire in mezzo agli uomini ha interrotto la comunione con Dio, con gli altri e con il creato, al quale siamo legati anzitutto attraverso il nostro corpo. Rompendosi la comunione con Dio, si è venuto ad incrinare anche l’armonioso rapporto degli esseri umani con l’ambiente in cui sono chiamati a vivere, così che il giardino si è trasformato in un deserto (cfr Gen 3,17-18). Si tratta di quel peccato che porta l’uomo a ritenersi dio del creato, a sentirsene il padrone assoluto e a usarlo non per il fine voluto dal Creatore, ma per il proprio interesse, a scapito delle creature e degli altri.

Quando viene abbandonata la legge di Dio, la legge dell’amore, finisce per affermarsi la legge del più forte sul più debole. Il peccato che abita nel cuore dell’uomo (cfr Mc 7,20-23) – e si manifesta come avidità, brama per uno smodato benessere, disinteresse per il bene degli altri e spesso anche per il proprio – porta allo sfruttamento del creato, persone e ambiente, secondo quella cupidigia insaziabile che ritiene ogni desiderio un diritto e che prima o poi finirà per distruggere anche chi ne è dominato.

  1. La forza risanatrice del pentimento e del perdono

Per questo, il creato ha la necessità impellente che SI RIVELINO I FIGLI DI DIO, COLORO CHE SONO DIVENTATI “NUOVA CREAZIONE”: «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove» (2 Cor 5,17). Infatti, con la loro manifestazione anche il creato stesso può “fare pasqua”: aprirsi ai cieli nuovi e alla terra nuova (cfr Ap 21,1). E il cammino verso la Pasqua ci chiama proprio a restaurare il nostro volto e il nostro cuore di cristiani, tramite il pentimento, la conversione e il perdono, per poter vivere tutta la ricchezza della grazia del mistero pasquale.

Questa “impazienza”, questa attesa del creato troverà compimento quando si manifesteranno i figli di Dio, cioè quando i cristiani e tutti gli uomini entreranno decisamente in questo “travaglio” che è la conversione. Tutta la creazione è chiamata, insieme a noi, a uscire «dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). LA QUARESIMA È SEGNO SACRAMENTALE DI QUESTA CONVERSIONE. Essa chiama i cristiani a incarnare più intensamente e concretamente il mistero pasquale nella loro vita personale, familiare e sociale, in particolare ATTRAVERSO IL DIGIUNO, LA PREGHIERA E L’ELEMOSINA.

  • DIGIUNARE, cioè imparare a cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri e le creature: dalla tentazione di “divorare” tutto per saziare la nostra ingordigia, alla capacità di soffrire per amore, che può colmare il vuoto del nostro cuore.
  • PREGARE per saper rinunciare all’idolatria e all’autosufficienza del nostro io, e dichiararci bisognosi del Signore e della sua misericordia.
  • FARE ELEMOSINA per uscire dalla stoltezza di vivere e accumulare tutto per noi stessi, nell’illusione di assicurarci un futuro che non ci appartiene.

E così ritrovare la gioia del progetto che Dio ha messo nella creazione e nel nostro cuore, quello di amare Lui, i nostri fratelli e il mondo intero, e trovare in questo amore la vera felicità.

Cari fratelli e sorelle, la “quaresima” del Figlio di Dio è stata un entrare NEL DESERTO DEL CREATO per farlo tornare ad ESSERE QUEL GIARDINO della COMUNIONE CON DIO che era prima del peccato delle origini (cfr Mc 1,12-13; Is 51,3). La nostra Quaresima sia un ripercorrere lo stesso cammino, per portare la speranza di Cristo anche alla creazione, che «sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). Non lasciamo trascorrere invano questo tempo favorevole! Chiediamo a Dio di aiutarci a mettere in atto un cammino di vera conversione. Abbandoniamo l’egoismo, lo sguardo fisso su noi stessi, e rivolgiamoci alla Pasqua di Gesù; facciamoci prossimi dei fratelli e delle sorelle in difficoltà, condividendo con loro i nostri beni spirituali e materiali. Così, accogliendo nel concreto della nostra vita la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, attireremo anche sul creato la sua forza trasformatrice.

Francesco

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Catechesi del parroco – Febbraio 2019

Archivio Catechesi parroco

«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8)

Preghiera per la Giornata Mondiale del Malato


Padre di misericordia, fonte di ogni dono perfetto, aiutaci ad amare gratuitamente il nostro prossimo come Tu ci hai amati.

Signore Gesù,che hai sperimentato il dolore e la sofferenza, donaci la forza di affrontare il tempo della malattia e di viverlo con fede insieme ai nostri fratelli.

Spirito Santo, amore del Padre e del Figlio, suscita nei cuori il fuoco della tua carità, perché sappiamo chinarci sulla umanità piagata nel corpo e nello spirito.

Maria, Madre amorevole della Chiesa e di ogni uomo, mostraci la via tracciata dal tuo Figlio, affinché la nostra vita diventi in Lui servizio di salvezza in cammino verso la Pasqua.

Amen.

L’11 febbraio è l’anniversario della prima apparizione di Maria a Bernadette Soubirous, in Francia. È in questo giorno della SOLENNITÀ DELLA MADONNA DI LOURDES che San Giovanni Paolo II ha stabilito, nel 1993, la prima Giornata Mondiale del Malato. Quest’anno, per la ventisettesima edizione, Papa Francesco pubblica un messaggio nel quale esorta tutte le donne e gli uomini di buona volontà ad un rinnovato impegno al servizio di coloro che soffrono. Proseguiamo, in questo modo, anche la riflessione della Chiesa di Napoli sulla opera di misericordia di questo anno pastorale: “Visitare gli infermi”.

MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO
PER LA XXVII GIORNATA MONDIALE DEL MALATO 2019

«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). Queste sono le parole pronunciate da Gesù quando inviò gli apostoli a diffondere il Vangelo, affinché il suo Regno si propagasse attraverso gesti di amore gratuito.

In occasione della XXVII Giornata Mondiale del Malato, che si celebrerà in modo solenne a Calcutta, in India, l’11 febbraio 2019, la Chiesa, Madre di tutti i suoi figli, soprattutto infermi, ricorda che i gesti di dono gratuito, come quelli del Buon Samaritano, sono la via più credibile di evangelizzazione. La cura dei malati ha bisogno di professionalità e di tenerezza, di gesti gratuiti, immediati e semplici come la carezza, attraverso i quali si fa sentire all’altro che è “caro”.

LA VITA È DONO DI DIO, e come ammonisce San Paolo: «Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto?» (1 Cor 4,7). Proprio perché è dono, l’esistenza non può essere considerata un mero possesso o una proprietà privata, soprattutto di fronte alle conquiste della medicina e della biotecnologia che potrebbero indurre l’uomo a cedere alla tentazione della manipolazione “dell’albero della vita” (cfr Gen 3,24).

Di fronte alla cultura dello scarto e dell’indifferenza, mi preme affermare che IL DONO VA POSTO COME IL PARADIGMA IN GRADO DI SFIDARE L’INDIVIDUALISMO E LA FRAMMENTAZIONE SOCIALE CONTEMPORANEA, per muovere nuovi legami e varie forme di cooperazione umana tra popoli e culture. Il dialogo, che si pone come presupposto del dono, apre spazi relazionali di crescita e sviluppo umano capaci di rompere i consolidati schemi di esercizio di potere della società. Il donare non si identifica con l’azione del regalare perché può dirsi tale solo se è dare sé stessi, non può ridursi a mero trasferimento di una proprietà o di qualche oggetto. Si differenzia dal regalare proprio perché contiene il dono di sé e suppone il desiderio di stabilire un legame. Il dono è, quindi, prima di tutto riconoscimento reciproco, che è il carattere indispensabile del legame sociale. Nel dono c’è il riflesso dell’amore di Dio, che culmina nell’incarnazione del Figlio Gesù e nella effusione dello Spirito Santo.

OGNI UOMO È POVERO, BISOGNOSO E INDIGENTE. Quando nasciamo, per vivere abbiamo bisogno delle cure dei nostri genitori, e così in ogni fase e tappa della vita ciascuno di noi non riuscirà mai a liberarsi totalmente dal bisogno e dall’aiuto altrui, non riuscirà mai a strappare da sé il limite dell’impotenza davanti a qualcuno o qualcosa. Anche questa è una condizione che caratterizza il nostro essere “creature”. Il leale riconoscimento di questa verità ci invita a rimanere umili e a praticare con coraggio la solidarietà, come virtù indispensabile all’esistenza.

Questa consapevolezza ci spinge a UNA PRASSI RESPONSABILE E RESPONSABILIZZANTE, in vista di un bene che è inscindibilmente personale e comune. Solo quando l’uomo si concepisce non come un mondo a sé stante, ma come uno che per sua natura è legato a tutti gli altri, originariamente sentiti come “fratelli”, è possibile una prassi sociale solidale improntata al bene comune. Non dobbiamo temere di riconoscerci bisognosi e incapaci di darci tutto ciò di cui avremmo bisogno, perché da soli e con le nostre sole forze non riusciamo a vincere ogni limite. […]

In questa circostanza della celebrazione solenne in India, voglio ricordare con gioia e ammirazione LA FIGURA DI SANTA MADRE TERESA DI CALCUTTA, un modello di carità che ha reso visibile l’amore di Dio per i poveri e i malati. […]

SANTA MADRE TERESA CI AIUTA A CAPIRE CHE L’UNICO CRITERIO DI AZIONE DEV’ESSERE L’AMORE GRATUITO VERSO TUTTI SENZA DISTINZIONE DI LINGUA, CULTURA, ETNIA O RELIGIONE. Il suo esempio continua a guidarci nell’aprire orizzonti di gioia e di speranza per l’umanità bisognosa di comprensione e di tenerezza, soprattutto per quanti soffrono.

La gratuità umana è il lievito dell’azione dei volontari che tanta importanza hanno nel settore socio-sanitario e che vivono in modo eloquente la spiritualità del Buon Samaritano. Ringrazio e incoraggio tutte le associazioni di volontariato che si occupano di trasporto e soccorso dei pazienti, quelle che provvedono alle donazioni di sangue, di tessuti e organi. Uno speciale ambito in cui la vostra presenza esprime l’attenzione della Chiesa è quello della tutela dei diritti dei malati, soprattutto di quanti sono affetti da patologie che richiedono cure speciali, senza dimenticare il campo della sensibilizzazione e della prevenzione. […]

Il volontario è un amico disinteressato a cui si possono confidare pensieri ed emozioni; attraverso l’ascolto egli crea le condizioni per cui il malato, da passivo oggetto di cure, diventa soggetto attivo e protagonista di un rapporto di reciprocità, capace di recuperare la speranza, meglio disposto ad accettare le terapie. Il volontariato comunica valori, comportamenti e stili di vita che hanno al centro il fermento del donare. È anche così che si realizza l’umanizzazione delle cure.

LA DIMENSIONE DELLA GRATUITÀ dovrebbe animare soprattutto le strutture sanitarie cattoliche, perché è la logica evangelica a qualificare il loro operare, sia nelle zone più avanzate che in quelle più disagiate del mondo. […]

Vi esorto tutti, a vari livelli, a PROMUOVERE LA CULTURA DELLA GRATUITÀ E DEL DONO, indispensabile per superare la cultura del profitto e dello scarto. Le istituzioni sanitarie cattoliche non dovrebbero cadere nell’aziendalismo, ma salvaguardare la cura della persona più che il guadagno. Sappiamo che la salute è relazionale, dipende dall’interazione con gli altri e ha bisogno di fiducia, amicizia e solidarietà, è un bene che può essere goduto “in pieno” solo se condiviso. La gioia del dono gratuito è l’indicatore di salute del cristiano.

VI AFFIDO TUTTI A MARIA, SALUS INFIRMORUM, SALUTE DEGLI INFERMI. Lei ci aiuti a condividere i doni ricevuti nello spirito del dialogo e dell’accoglienza reciproca, a vivere come fratelli e sorelle attenti ai bisogni gli uni degli altri, a saper donare con cuore generoso, a imparare la gioia del servizio disinteressato. A tutti con affetto assicuro la mia vicinanza nella preghiera e invio di cuore la Benedizione Apostolica.

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Il presepe 2018

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NATALE 2018: Il presepe

Il Natale è già passato da qualche settimana ma resta ancora il ricordo delle belle giornate vissute.
Ma il Natale di quest’anno ci ha anche portato la realizzazione di un bellissimo presepe, tipico della tradizione napoletana.
Il presepe è stato visitato da moltissimi fedeli e turisti nella nuova sala alle spalle dell’altare maggiore.
Per mantenere il ricordo delle scene create, sono qui inserite alcune foto che itraggono gli scorci migliori.

Dunque l’appuntamento è per il prossimo anno per un nuovo splendido presepe.

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Catechesi del parroco – Gennaio 2019

Archivio Catechesi parroco

LA BUONA POLITICA È AL SERVIZIO DELLA PACE

Da 52 anni, il primo gennaio, ricorre la Giornata Mondiale della Pace. Papa Francesco ha scritto un messaggio dal titolo: “La buona politica è al servizio della pace”. Prende l’avvio dal brano evangelico di Luca nel quale Gesù inviando in missione i suoi discepoli raccomanda loro: “In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa! Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi” (10,5-6). Donare la pace è al centro della missione dei discepoli di Gesù: è per gli uomini che nonostante tutti i drammi e le violenze quotidiani sperano in essa.
Davvero oggi c’è una sfida più che mai attuale: quella della buona politica. Se, da una parte, la pace è come un fiore fragile che cerca di sbocciare in mezzo alle pietre della violenza, dall’altra la ricerca del potere ad ogni costo porta ad abusi ed ingiustizie. “La politica, ci ricorda il santo padre, è un veicolo fondamentale per costruire la cittadinanza e le opere dell’uomo, ma quando non è vissuta come servizio alla collettività umana, può diventare strumento di oppressione, di emarginazione e persino di distruzione.”
Ogni cristiano è chiamato a questa carità rispondendo alla sua vocazione e secondo il servizio svolto a favore della società. “Quando la carità lo anima, l’impegno per il bene comune ha una valenza superiore a quella dell’impegno soltanto secolare e politico”.
Papa Francesco, ricorda quindi, le “BEATITUDINI DEL POLITICO”, proposte dal cardinale vietnamita  Francois-Xavier Nguyen Van Tuan, morto nel 2002, che è stato un fedele testimone del Vangelo:

  • Beato il politico che ha un’alta consapevolezza e una profonda coscienza del suo ruolo.
  • Beato il politico la cui persona rispecchia la credibilità.
  • Beato il politico che lavora per il bene comune e non per il proprio interesse.
  • Beato il politico che si mantiene fedelmente coerente.
  • Beato il politico che realizza l’unità.
  • Beato il politico che è impegnato nella realizzazione di un cambiamento radicale.
  • Beato il politico che sa ascoltare.
  • Beato il politico che non ha paura.

Accanto alle virtù NON MANCANO I VIZI dovuti sia ad inettitudine personale sia a storture nell’ambiente e nelle istituzioni, sia alla corruzione, nelle sue molteplici forme e sfaccettature.
La buona politica, allora, promuove la partecipazione dei giovani, i quali si sentono partecipi di un progetto per il loro futuro, sentendosi protagonisti della costruzione della loro casa comune. La vita politica autentica si rinnova con la convinzione che ogni generazione racchiude in sé una promessa che può sprigionare nuove energie relazionali, intellettuali, culturali e spirituali.
Ognuno può apportare la propria pietra alla costruzione della casa comune. Viviamo in questi tempi in un clima di sfiducia che si radica nella paura dell’altro o dell’estraneo, nell’ansia di perdere i propri vantaggi, attraverso atteggiamenti di chiusura o nazionalismi che mettono in discussione quella fraternità di cui il nostro mondo globalizzato ha tanto bisogno.
Cento anni fà scoppiava la prima guerra mondiale: oggi più di ieri conosciamo il terribile insegnamento delle guerre fratricide, cioè che la pace non può mai ridursi al solo equilibrio delle forze e delle paure.
Va invece ribadito che essa si basa sul rispetto di ogni persona, qualunque sia la sua storia, sul rispetto del diritto e del bene comune, del creato che ci è stato affidato e della ricchezza morale trasmessa dalle generazioni passate.

C’è la necessità di un grande progetto di pace: esso si fonda sulla responsabilità reciproca e sull’interdipen-denza degli esseri umani. La pace è una conversione del cuore e dell’anima. È facile riconoscere TRE  DIMENSIONI INDISSOCIABILI di questa pace interiore e comunitaria.

  1. La pace con sé stessi. Rifiuta l’intransigenza, la collera e l’impazienza e ha bisogno “di un po’ di dolcezza verso sé stessi, per offrire un po’ di dolcezza verso gli altri” (S. Francesco di Sales);
  2. La pace con l’altro. Ossia l’amico, lo straniero, il familiare, il sofferente … osando l’incontro e ascoltando il messaggio che porta con sé;
  3. La pace con il creato. Riconosco la grandezza del dono che Dio ci ha fatto e la parte di responsabilità che spetta a ciascuno di noi.

 

La politica della pace può attingere dallo spirito del Magnificat che Maria canta a nome di tutte le generazioni: “Di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore”.
È davvero un  impegno importante quello che ci viene affidato: i doni di Dio non cadono dal cielo, ma chiedono, invece, la nostra piena partecipazione, affinché possano portare frutto. Sia questo dunque anche il mio augurio all’inizio del nuovo anno: “PACE A QUESTA CASA!”. E AUGURI DI BUON ANNO!!

Don Piero Milani
parroco

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La benedizione abbaziale di don Franco Bergamin

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La benedizione abbaziale di don Franco Bergamin

Venerdì 30 u.s. l’Abate Generale Don Franco Bergamin ha ricevuto la benedizione abbaziale in S. Agnese, a Roma, dal Vicario del S. Padre, Card. Angelo De Donatis.
Alla celebrazione ha partecipato un folto gruppo di persone giunte da Napoli con un pullman o con propri mezzi e tanti amici di Sant’Agnese dove don Franco è stato parroco per 5 anni.
A festeggiare don Franco anche alcuni dei fratelli, delle sorelle e dei nipoti.

Alla concelebrazione con il Card. De Donatis hanno partecipato molti dei confratelli dei Canonici Regolari giunti da tutte le sedi in Italia.

Infine nei bei locali di Sant’Agnese una allegra cena insieme preparata dalla comunità di Sant’Agnese.

Ciao don Franco! Il Signore ti sia sempre vicino per proteggerti e consigliarti.
Noi di Piedigrotta ti accompagneremo con la nostra preghiera.

‘A Maronna t’accumpagne!

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Due ritorni a S. Maria di Piedigrotta

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Due ritorni a S. Maria di Piedigrotta

DON GIUSEPPE CIPOLLONI, ABATE

Ho lasciato Napoli 18 anni fa. Vi ero giunto nel mese di luglio del 1982. I mesi estivi non erano il tempo migliore per conoscere la gente e di tanto in tanto affiorava in me una strana nostalgia di Roma. Giunse il mese di settembre con la celebre festa di Piedigrotta e con la ripresa dell’attività pastorali. Improvvisamente fui avvolto da tanta accoglienza e affetto che presto mi sentii napoletano tra i napoletani. Di quegli anni ricordo il rapporto aperto e caldo con le persone, la visita alle famiglie nel tempo pasquale, le festose messe domenicali e poi la celebre festa di Piedigrotta con sfilata dei carri. Rammento che la prima volta che passarono i carri, quando si fermarono dinanzi alla chiesa, preso dall’entusiasmo, salii su uno di essi ed insieme con tutti loro pregai l’Ave Maria.
Al termine, una orchestrina dei carri, con mia sorpresa, intonò “Mira il tuo popolo”. La festa della Madonna di Piedigrotta mi ricorda l’ormai tradizionale “Serenata alla Madonna”: una “preghiera laica”, così amavamo chiamarla, che iniziai nel 1983 con Benedetto Casillo e Mario Maglione. Lasciai Napoli nell’anno 2000, dopo la processione della statua della Madonna a mare. A ricordo di quell’evento, con amore, conservo un quadro nel mio studio.
Ritorno a Napoli con gioia, contento di ritrovarmi in una comunità ricca di cordialità e di affetto, contento di ripercorrere quelle strade che i miei piedi per anni hanno calcato in lungo e in largo, felice di vivere in quella Napoli bella, in quella Napoli pia che scelse Maria tra cento città.

DON PIERO MILANI, PARROCO

Don Piero Milani, secondo di quattro figli, nasce il 10 aprile 1970 a Castelfranco Veneto di Treviso. Compie gli studi prima presso il Seminario minore dei Canonici Regolari Lateranensi a san Floriano di Castelfranco Veneto; poi nel 1986 viene a Roma dove consegue la Maturità presso la Scuola Bachelet, del Seminario Romano Minore. Nel 1989-90 è a Gubbio per l’anno di noviziato; poi ritorna a Roma dove frequenta l’università Pontificia Lateranense e poi la Gregoriana. Nel frattempo, viene ordinato sacerdote a Treviso il 14 settembre 1996. Il primo incarico è a san Floriano presso il Seminario Minore dall’agosto 1997 al 2003. Si trasferisce poi a Napoli, nella Parrocchia di Santa Maria di Piedigrotta, dove per 10 anni è vice parroco.
Nel 2013, con la morte del confratello don Carlo Lazzari, si trasferisce a Roma nella Parrocchia di San Giuseppe a Via Nomentana come Parroco. Ora, con l’elezione del nuovo Abate Generale dei Canonici Regolari Lateranensi don Franco Bergamin, dal mese di novembre sarà parroco a Napoli nella Chiesa Basilica di Santa Maria di Piedigrotta.

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Il saluto a don Franco

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La Comunità di S. Maria di Piedigrotta in Napoli saluta Don Franco Bergamin

Domenica 28 ottobre, nel corso di una festosa e commovente celebrazione, la comunità di Piedigrotta, in Napoli, ha salutato l‘amato parroco Don Franco Bergamin, che, neoeletto Abate Generale della Congregazione dei Canonici Regolari Lateranensi, si trasferisce a Roma nella Basilica di S. Pietro In Vincoli
Parrocchiani e fedeli che gremivano la Basilica-Santuario, commossi hanno partecipato alla celebrazione di saluto. Anche Don Franco appariva visibilmente emozionato.
Dopo la Comunione, l’Abate Emerito don Giuseppe Cipolloni ha introdotto il saluto e il ringraziamento della comunità e tre ragazzi, a nome dei presenti, hanno consegnato a don Franco una pergamena di ringraziamento ed un buono-dono per il ritiro di una mitria e di un camice liturgico.
Dopo il ringraziamento di don Franco, l’assemblea ad una sola voce, ha invocato su di lui la benedizione di Dio e lo ha affidato alla Madonna di Piedigrotta, perché lo accompagni nel nuovo compito e lo sostenga nelle responsabilità che lo attendono.
La solennità della celebrazione, l’emozione di tutti e la semplicità con cui Don Franco ha salutato i fedeli sono ben riassunti nella foto di tutta la comunità, salita sul presbiterio per una foto ricordo.
Al termine della celebrazione un’agape fraterna ha chiuso l ‘evento.
“’A Madonna ’accunpagne!”, caro Abate, e t’accumpagne perché tu spesso possa ritornare in mezzo a noi.
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