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Assunzione di Maria – Anno B
(Ap 11,19; 12,1-6.10; Sal.44; 1Cor 15,20-26; Lc 1,39-56)

mercoledì 15 agosto 2012

La pagina dell’Apocalisse è come un grande trittico con tre scene che sono come una sintesi di quanto Dio fa con l‘Incarnazione del suo Figlio. All’inizio c’è il segno grandioso della donna “vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle”. Tutto il cosmo la glorifica e la canta.
La donna rappresenta la Chiesa, il popolo di Dio da cui nasce il Salvatore e, in vista di questo compito, Dio la rende santa, senza macchia (Ef.5).
Poi c’è il parto di un figlio maschio “destinato a governare tutte le nazioni”. È il centro della storia, l’inizio di un tempo nuovo, il Regno di Dio che progredisce nel tempo attraverso “molte tribolazioni” (Atti, 14-22), per la fragilità dei credenti e per le persecuzioni.
Infine il segno del drago rosso, enorme, per dire la potenza dell’opposizione a colui che nasce e che “è rapito verso Dio”. È il culmine dell’incarnazione del Figlio, che ascende alla vita di Dio come primizia dell’umanità redenta e varco che rende accessibile la sua casa… Così la Chiesa è vista da un lato nel cammino faticoso tra “le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio” (s.Agostino cit. in L.G.8), dall’altro nel suo futuro glorioso.
Non si tratta di una speranza vaga, destinata ad essere dissolta dall’opposizione del male. La fede della Chiesa è fondata sulla concretezza della vicenda personale e particolare di Maria di Nazaret. In lei la Chiesa contempla il “tipo”, il “modello” del suo dover essere di “popolo di Dio” che Gesù è venuto a radunare da tutte le genti (Gv.11,52), e vede il proprio poter essere unita a lei per condividere la funzione e la missione della maternità.
Quando è stata scritta l’Apocalisse, le chiese subivano la violenza della persecuzione – a carattere più religioso a Gerusalemme, più culturale e politico a Roma, perfino a livello di gelosia e di interessi economici come in Asia minore. L’atteggiamento diffuso era quello di “far guerra a quelli che restano della progenie di lei (la donna)” (Ap.12,17). L’autore indica alla Chiesa la maternità di Maria, fisica nel figlio Gesù, spirituale nei figli consegnati a lei dal Crocifisso nel momento della morte, e la propone come “via” per quanti “osservano i comandamenti ed hanno la testimonianza di Gesù” (Ap.12.17). La Chiesa che ha difficoltà a generare nuovi figli e a proteggere quelli che ha generati, può guardare Maria come colei che, nella sua maternità universale, garantisce la fedeltà di Dio nel portare a compimento la realizzazione del suo progetto di unità di tutti i suoi figli.
Maria è l’espressione più alta di questo compimento.
La relazione filiale con il suo essere “modello” costituisce il dover essere della Chiesa, nella certezza del suo continuo rimanere la Madre. Qui sta il poter essere di ogni singolo suo figlio e della umanità intera.
“La madre di Gesù, come in cielo, glorificata ormai nel corpo e nell’anima, è l’immagine e la primizia della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’era futura, così sulla terra brilla come un segno di sicura speranza e di consolazione per il popolo di Dio in marcia, fino a quando non verrà il giorno del Signore” (L.G.68).
Maria, dunque, è arrivata, ma rimane – sta davanti a Dio come la madre di tutti, e come madre nostra rimane nel deserto delle nostre povertà e solitudini. E ci avvolge nella sua maternità. Nella gravidanza custodiva il mistero della vita, infinitamente più grande di lei, ma a quella infinità donava i palpiti della sua carne di donna. A Nazaret, a lui, bambino ma Parola stessa di Dio, insegnava il linguaggio umano della nostra preghiera povera e balbettante. Negli anni dell’annuncio del Vangelo si era unita ed accompagnava la compassione di Gesù adulto per metterla a disposizione di tutti noi.
Questo il centro della sua maternità che resta, di lei che ha scelto la solitudine del deserto per essere vicina a noi che le siamo stati dati in dono come figli quando lei ha dato in dono a Dio suo Figlio.
Ora ci chiama all’affetto filiale, all’umile e forte decisione di somigliarle.

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