Madonna di Piedigrotta

Parrocchia S.Maria di Piedigrotta – Napoli

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Catechesi del parroco – novembre 2010

Archivio Catechesi parroco

CONDIVIDERE È…

Voglio iniziare la mia riflessione raccontandovi una storia molto bella.

par_001.jpgDue uomini, entrambi molto malati, occupavano la stessa stanza d’ospedale. A uno dei due uomini era permesso mettersi seduto sul letto per un’ora ogni pomeriggio per aiutare il drenaggio dei fluidi dal suo corpo. Il suo letto era vicino all’unica finestra della stanza. L’altro uomo doveva restare sempre sdraiato. Infine i due uomini fecero conoscenza e cominciarono a parlare per ore. Parlarono delle loro mogli e delle loro famiglie, delle loro case, del loro lavoro, del loro servizio militare e dei viaggi che avevano fatto. Ogni pomeriggio l’uomo vicino alla finestra passava il tempo raccontando al suo compagno di stanza tutte le cose che poteva vedere fuori dalla finestra. L’uomo nell’altro letto cominciò a vivere per quelle singole ore nelle quali il suo mondo era reso più bello e più vivo da tutte le cose e i colori del mondo esterno. La finestra dava su un parco con un delizioso laghetto. Le anatre e i cigni giocavano nell’acqua mentre i bambini facevano navigare le loro barche giocattolo. Giovani innamorati camminavano abbracciati tra fiori di ogni colore e c’era una bella vista della città in lontananza. Mentre l’uomo vicino alla finestra descriveva tutto ciò nei minimi dettagli, l’uomo dall’altra parte della stanza chiudeva gli occhi e immaginava la scena. Passarono i giorni e le settimane. Un mattino l’infermiera portò loro l’acqua per il bagno e trovò il corpo senza vita dell’uomo vicino alla finestra, morto pacificamente nel sonno. L’infermiera diventò molto triste e chiamò gli inservienti per portare via il corpo. Non appena gli sembrò appropriato, l’altro uomo chiese se poteva spostarsi nel letto vicino alla finestra. L’infermiera fu felice di fare il cambio, e dopo essersi assicurata che stesse bene, lo lasciò solo. Lentamente, dolorosamente, l’uomo si sollevò su un gomito per vedere per la prima volta il mondo esterno. Si sforzò e si voltò lentamente per guardare fuori dalla finestra vicina al letto. Essa si affacciava su un muro bianco. L’uomo chiese all’infermiera che cosa poteva avere spinto il suo amico morto a descrivere delle così meravigliose al di fuori da quella finestra. L’infermiera rispose che l’uomo era cieco e non poteva nemmeno vedere il muro. “Forse, voleva farle coraggio” disse.

Bugie? Verità? Vi è una tremenda felicità nel rendere felici gli altri, anche a dispetto della nostra situazione. Un dolore diviso è dimezzato, ma la felicità divisa è raddoppiata.
Se vuoi sentirti ricco e felice conta le cose che possiedi e che il denaro non può comprare.
L’oggi è un dono, è per questo motivo che si chiama presente.
Vivi il tuo oggi nell’apertura e disponibilità all’altro e troverai il fratello da sempre atteso e sognato.
Per questo diventa indispensabile la purificazione di se stessi e la riconciliazione con la propria storia e con gli altri per progredire speditamente nel presente mettendo basi solide per il futuro. Le giovani generazioni interpellano con insistenza  e caparbietà, a volte in modo disordinato, perché si faccia chiarezza e ordine nel marasma culturale della contemporaneità. Diventano urgenti i segni della speranza e dell’amore che in modo silenzioso, ma inesorabile fanno crollare la tirannia della paura imposta dalla società odierna come narcotizzante la coscienza e la voglia di vivere. Per far questo si fa urgente e necessario riscoprire il valore della alterità fondata sul riconoscimento del bisogno di vivere e  della relazione affettuosa e amicale.
Negli Atti degli Apostoli al capitolo 2 e 4 si legge che I battezzati erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. …La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune.
La direzione per costruire una comunità ci è stata donata con chiarezza dalla testimonianza delle prime comunità cristiane dove la vita di fraternità era vissuta nella concretezza dei gesti significativi:  ascolto degli Apostoli – stare insieme – spezzare il pane – preghiera – cuor solo e anima sola – comunione dei beni.
Ci domandiamo: come vivere oggi questo ideale di Chiesa?  Come realizzare la comunione dei beni nel dono della fraternità?
Da un po’ di tempo  stiamo ragionando prendendo in considerazione alcuni punti del percorso di comunità cristiana e parrocchiale;  la sesta tappa del nostro riflettere sul progetto arcobaleno ci porta a soffermarci guardando un altro aspetto basilare della vita di comunione: CONDIVIDERE.
Ma cosa vuol dire Condividere?
La Beata Madre Teresa di Calcutta quando scoprì la sua vera vocazione, il servizio ai poveri, diceva che l’Amore non era dare qualcosa o dare se stessi, ma Condividere tutto dell’altro, le gioie e i dolori, le angosci e le speranze, la fame, la sete, il vestito…..tutto. Non diceva condividere con l’altro, ma condividere l’altro. Non è fare l’elemosina, dare qualcosa di superfluo o eventualmente di necessario, ma entrare dentro la vita stessa dell’altro; la tua vita è la mia vita e la mia vita è la tua vita.
Credo che una Comunità nello stile del Vangelo sia proprio la realizzazione di questo sogno che sfiora l’utopia, ma che al contempo è la méta verso cui tendere.
Condividere (Cum-dividere: spezzare con, rendere partecipe, vedere insieme) è condividere i bisogni per condividere la vita.  Questa è la strada che intendiamo seguire perché è ciò che abbiamo a cuore: condividere il senso della vita. Da qui nasce la compassione (com-passum: moto dell’animo che ci fa sentire dispiacere o dolore dei mali altrui, quasi li soffrissimo noi), la commozione (com-motus: muoversi insieme)e la sopportazione (sub-portare: portare dal di sotto, reggere, sostenere) verso tutti i nostri compagni di strada (cum-panis: che mangia lo stesso pane, commensale). Infatti noi stessi, ogni giorno, facciamo esperienza che il cuore di ciascuno attende qualcuno che si muova con lui, che abbia passione per la propria vita e per il proprio destino e lo aiuti a portarlo. Nella comunità si impara l’uno con l’altro e l’uno dall’altro.
Nella convivenza, forse talvolta difficile, è necessario imparare la generosità e la tolleranza non solo nel sopportarsi a vicenda, ma nell’arricchirsi l’un l’altro, in modo che ciascuno possa apportare le sue peculiari doti all’insieme, mentre tutti servono la stessa comunità, lo stesso Signore.
Condividere è  ascoltare con arrendevolezza (Giacomo 1,19)
Condividere è  accogliere la diversità come ricchezza (Romani15,7).
Condividere è  credere nella fraternità (Ebrei 13,1).
Condividere è  farsi carico del vissuto (Matteo 11,30)
Condividere è  portare il fratello sollevandolo alla guancia (Osea 1,4)
Condividere è  generosità del donare ciò che ci è stato donato (Matteo 10,8)
Condividere è  sostenersi nella fatica del percorso (1 Tessalonicesi 5,14)
Anche noi passeremo nella scena di questo mondo, l’importante è il segno che lasceremo nella storia. Ognuno ha una grande potenzialità di incisione! Credo sia stupendo aver la possibilità di contribuire ad un mondo e ad una Chiesa migliore con la forza utopica e sorprendente del coraggio di CONDIVIDERE PER VIVERE.

Don Franco De Marchi
parroco

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Catechesi del parroco – ottobre 2010

Archivio Catechesi parroco

GIOIA È…

Squilli di tromba e ritmo di tamburi accompagnano i pellegrini che salgono a Gerusalemme, la città santa, facendo esplodere la gioia con il canto:
par_009.gifQuale gioia, quando mi dissero:
“Andremo alla casa del Signore!”.
Già sono fermi i nostri piedi
alle tue porte, Gerusalemme!…
Per i miei fratelli e i miei amici
io dirò: “Su te sia pace!”.
Per la casa del Signore nostro Dio,
chiederò per te il bene. (Sal. 122,1-2;8-9)
Siamo giunti alla quinta tappa della riflessione sul “Progetto Arcobaleno” proposto come cammino di formazione per la nostra comunità parrocchiale. Ora prendiamo in considerazione una realtà che da una parte è di una evidenza disarmate, ma nello stesso tempo, dall’altra, si presenta come una difficoltà sconcertante: LA GIOIA.
Il Salmo invita a vivere la gioia esplosiva che accompagna il cammino della vita verso la casa di Dio. Purtroppo dobbiamo constatare, nel mondo contemporaneo e nelle nostre comunità ecclesiali, quanto sia rara la Gioia contagiosa, il sorriso rassicurante, la positività costruttiva.
Troppo preoccupati a “salvare il mondo” e a “salvare la Chiesa” attività che non ci competono: lo ha già fatto in modo egregiamente “divino” nostro Signore Gesù.
Troppo preoccupati a conservare le posizioni raggiunte, a rassicurarsi il presente e il futuro esaltando le certezze acquisite nel passato.
Troppo preoccupati di se stessi, del club di amici con gli stessi interessi condivisi, di evidenziare i propri percorsi come migliori e in competizione, come se le ragioni della felicità si giocassero nella competizione e nell’affermazione privatistica dei valori.
Non ci accorgiamo che questi processi autoreferenziali intristiscono, impigriscono e uccidono ciò che rende la vita bella da vivere: la Gioia!
La Gioia infatti apre tutte le porte della vita: distende le tensioni, allenta i contrasti, supera le paure e dona se stessa perché nel donarsi si rigenera a vita nuova e si moltiplica nella misura in cui si condivide a tutti.
La Gioia è il processo di superamento delle individualità personali e di gruppo per costruire la famiglia umana costituita in comunità. Questo diventa vitale nella chiesa. Però anche all’interno della vita ecclesiale forse non tutti ci credono soprattutto chi ha trovato i propri pseudo equilibri e i consensi settoriali del “tra di noi stiamo bene”; subentra poi il diabolico pensare che “ognuno deve lavorare solo nel proprio settore per specializzare la ricerca e affrontare meglio e con più competenza l’ambito del suo intervento, e non si prende coscienza che in questo modo non solo si mortifica ma si abortisce l’unica cosa che serve: INSIEME! È necessario ricordare sempre che siamo stati salvati nella Gioia e per la Gioia in quanto convocati per vivere insieme protesi verso Dio. (Regola di S.Agostino)
La Gioia è la normalità della vita del cristiano, discepolo di Cristo risorto, che ha fatto rifiorire la Gioia nei cuori tristi e disperati dei discepoli fuggiaschi (Emmaus) e negli occhi carichi di lacrime (Maddalena) incapaci di riconoscere nella resurrezione la novità inaudita della gioia riconciliante di Dio con l’umanità.
Possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che il cristiano è pre-destinato alla Gioia; un cristiano triste, sfiduciato, disperato, depresso è un uomo che non ha ancora conosciuto e sperimentato fino in fondo l’Amore del Dio della vita che in Cristo risorto è vita della vita e gioia della stessa gioia.
Ma cosa vuol dire Gioia?
Spesso si pensa che Gioia sia spensieratezza spregiudicata, assenza di fatica e di dolore, e quindi irraggiungibile.
La Gioia non è il riso clownesco, il divertimento sguaiato, gli occhi inebetiti nel vuoto esistenziale iniettato nelle vene, lo stile di vita della pubblicità, la falsità incantata fuori dalla realtà del quotidiano, la felicità senza prezzo, la svendita di se stessi al più ricco compratore, l’assenza di regole comportamentali, l’autoreferenzialità sconsiderata…
La Gioia è la bellezza della vita accolta come dono e come occasione irrepetibile di dono all’altro.
Nella “Comunità Arcobaleno” la Gioia è il diamante della comunità stessa, essendo la festa delle sfaccettature che brillano dell’unicum e dell’uno illuminato dalla luce dell’amore. La Comunità allora diventa il luogo “dove si fermano i nostri piedi” (Salmo), la méta del pellegrinaggio verso la festa dell’incontro con Dio che ti regala il fratello e l’amico per i quali chiedere pace e con i quali vivere in tranquillità sperimentando il sorriso specchio dell’anima felice di sentirsi amata.
Sinteticamente ecco alcune delle sfaccettature di questo diamante:
Gioia è  lo stile del cammino.
Gioia è  l’inizio avvincente del cercare.
Gioia è  farsi dono per il dono.
Gioia è  superare la paura della solitudine.
Gioia è  lasciarsi andare sulle ali del vento che genera.
Gioia è  accettare il rischio della novità imprevedibile.
Gioia è  bellezza dell’incontro.
Gioia è  credere che proprio a te sia possibile.
Gioia è  una stretta di mano ad un amico.
Gioia è  una voce che dice: ti amo!
Gioia è  lasciar esplodere le ragioni del cuore.
Gioia è  fidarsi, consegnarsi, condividere… vivere.
Gioia è  donare il proprio colore alla festa della comunità.
Gioia è  regalare al fratello la gioia di donarsi a te.
Gioia è  nonostante tutto sorridere in faccia alla vita.
Gioia è  tutto quello che scoprirai nell’avventura della tua vita…
Questo desidero per me e per la comunità parrocchiale di S. Maria di Piedigrotta. Sono sicuro che se ci lasceremo amare dal Signore non solo sarà possibile, ma tutto ci sembrerà così facile da non crederci!
E allora carissimo/a amico/a che leggi:
NON AVER PAURA CERCA DI ESSERE UN PORTATORE SANO DI GIOIA.

Don Franco De Marchi
parroco

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Catechesi del parroco – giugno 2010

Archivio Catechesi parroco

STIMARE È …

Carissimi,

nella lettera ai Romani S. Paolo traccia un vademecum costituito da alcune regole fondamentali di vita cristiana per una puntuale sequela di Gesù, dice: La carità (amore vicendevole) non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda.    par_008.gif…Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile. Non stimatevi sapienti da voi stessi. (Rm 12,9-10.16). Gesù nel Vangelo ci indica la strada sicura, infallibile, eterna e unica per arrivare ad essere suoi discepoli: Seguimi! La sequela è camminare dietro fidandosi di chi precede ritenendolo degno di affetto e di stima. Andare dietro a Gesù è: fare tutto quello che lui dirà come ci ammonisce Maria all’inizio della missione del Cristo mettendoci in un percorso di umiltà e di disponibilità.
Gesù ha formato una comunità con i suoi discepoli e in modo particolare con gli Apostoli i suoi stretti collaboratori chiamandoli a stare con lui e quindi a stare tra di loro.
Non è una allegra brigata di Brancaleone quella che va dietro a Gesù, ma una comunità chiamata al difficile compito della fiducia e della costante limatura di se stessi per far spazio affettivo all’altro.
Anche Gesù aveva un suo “Progetto Arcobaleno”, anzi è proprio lui che lo ha inventato e consegnato ai suoi discepoli perché lo realizzassero nella storia.

La quarta tappa del nostro meditare sulla costruzione della Comunità Arcobaleno si sofferma sulla STIMA. La conoscenza delle persone regalo di Dio per essere compagni di viaggio nell’avventura della fede ci porta a valutarne il valore e a stimarle nella loro propria particolarità che è risorsa per ciascuno e tassello indispensabile al capolavoro-sogno del Signore: costruire il suo regno costituendoci in comunità di fratelli.
Stimare è… amore vero non di facciata ipocrita che mette la maschera della benevolenza e della stima e poi pugnala alle spalle seguendo la logica dell’apparire credendo di essere.
Stimare è… detestare con forza il male e attaccarsi con coraggio al bene che unico alla fine può salvare dalla disperazione, dalla violenza e dalla morte; non ci sono altre strade al discepolato e alla fede vissuta come dono accolto nella comunità.
Stimare è… amarsi  come fratelli perché la fratellanza è dono della vita stessa e per il credente è missione ricevuta nel Battesimo in quanto rinati in Cristo e chiamati a fare ciò che lui ha fatto: ci ha amati fino a dare la vita per noi.
Stimare è… gareggiare in questa santa impresa perché è il punto essenziale per costruire il regno essendo scritto nel cuore stesso di Dio; è il suo sogno per l’umanità e il suo regalo più bello per la nostra felicità.
È lo Spirito che dà vita, il resto è discordia il cui frutto è vento e tempesta che distruggerà coloro che la seminano nell’anima e nella comunità.
Gareggiare è stare nel cuore di Gesù e trovarvi rifugio e consolazione.
La stima porta a raccogliere il frutto bello e buono dell’amore, della benevolenza, della benedizione e dell’unità portati dal vento gagliardo dello Spirito Santo che profuma la vita con la fragranza del pane eucaristico mangiato nella pace della comunità per camminare verso la santità.
Stimare è… nutrire gli stessi sentimenti di benevolenza e di amore gli uni verso gli altri pur nella manifestazione differenziata secondo la sensibilità propria di ciascuno.
Stimare è… non nutrire desideri di grandezza perché l’unica grandezza possibile al discepolo di Cristo è quella di occupare l’ultimo posto, essere schiavo di tutti come Gesù il maestro che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita; fino a quando non saremo capaci di questa umiliazione non saremo degni del nome di cristiani.
Stimare è… scegliere le cose umili non sopportarle, scegliere con  atto della volontà e del cuore perché l’umiltà è la qualità che fa “impazzire” di gioia Dio il quale innalzerà l’umile al di sopra dei superbi, dei saccenti e dei maestri di questo mondo fino a farlo sedere nella gloria del dono totale di sé.
Stimare è… lasciare a Dio la valutazione del proprio sapere e del proprio essere considerando che tutto è suo dono d’amore e in quanto dono va donato con entusiasmo e con prodigalità ai fratelli, a tutti i fratelli, nella consapevolezza che siamo solo servi del Vangelo e non padroni, siamo annunciatori e non creatori del regno di Dio, siamo strumenti nelle mani del Signore che ci userà perché la sua sapienza rende possibile l’impossibile. Solo lo Spirito è indispensabile, noi quando avremo fatto tutto siamo e restiamo servi inutili perché avremo fatto solo ciò che dovevamo fare.  

Io sogno una comunità dove i fratelli e le sorelle gareggino nello stimarsi a vicenda; dove non ci siano più classi e poteri che dividono; dove non si misura la fede e non si ha paura di “sporcarsi” nella vita dell’altro credendo che il moralismo ipocrita sia misura del vivere comune.
Io sogno una comunità dove non  si usa il metro del sapere culturale come segno di appartenenza, ma quello passa attraverso l’esperienza del cuore, l’ignoranza delle cose del mondo e l’esperienza di Cristo incontrato nell’intimità della contemplazione e celebrato nella festa della comunità degli amici in Cristo.
Io sogno la comunità di Piedigrotta come casa accogliente per tutti indistintamente dove ognuno si senta a casa e possa godere dell’affetto degli altri. Non centro di incontro, ma famiglia,  in particolare per chi sa e crede di non sapere, di chi non sa e sa di non sapere, per chi crede di sapere e non sa di non sapere  e per chi  cerca nonostante la fatica dei giorni e degli avvenimenti avversi della vita, dove ciò che importa è l’altro accolto, ascoltato, conosciuto e stimato come prezioso dono della benevolenza di Dio per la santificazione di ognuno nella santa chiesa corpo di Cristo che percorre le vie della storia.

Don Franco De Marchi
parroco

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Catechesi del parroco – maggio 2010

Archivio Catechesi parroco

Conoscere è …

dopo le feste pasquali che ci hanno introdotto in modo pieno nella vita nuova in Gesù risorto, garanzia possibile di assoluta novità nella nostra vita concreta, eccoci nuovamente a meditare e a tentar di realizzare la terza tappa del nostro cammino: “Progetto Arcobaleno”.
par_007.jpgSiamo sempre nel percorso introduttivo e propedeutico al vero e proprio progetto, stiamo mettendo le basi per facilitarne la realizzazione che richiede pazienza, lungimiranza, coraggio e impegno.
Abbiamo meditato sul significato e le prospettive di realizzazione di Accoglienza (Q.P. febbraio’10) e di Ascolto (Q.P. febbraio’10) ora ci troviamo a ragionare sulla Conoscenza.
Cosa intendiamo per CONOSCENZA?
Il vocabolario ci dice: Sapere, fare l’esperienza.
Nel nostro discorso diciamo che è la conseguenza e la realizzazione dell’atteggiamento di Ascolto. Dopo aver ascoltato e aver fatto proprio il messaggio di  pensiero e di vita dell’altro possiamo cominciare a conoscerlo: sapere di lui. Ma si può conoscere l’altro senza contraccambio nel farsi conoscere? Nella logica della comunità questo non è possibile, l’ascolto esige la reciprocità come base della conoscenza.
Ora ci domandiamo: che tipo di Conoscenza? Devo dire i fatti miei agli altri? Devo mettere in piazza la mia vita? Non credo che nella logica della fraternità questo sia l’atteggiamento giusto di porsi davanti alla Conoscenza. Credo invece sia necessario guardare non dalla parte dell’ascoltatore, ma dalla parte di colui che si comunica. Se la comunità è fondata sull’amore credo che a nessuno interessi come curiosità conoscere i fatti degli altri (sarebbe fuori luogo), ma interessa a colui che si comunica fare dono e rendere partecipe l’altro della mia vita e del mio interesse affettivo nei suoi confronti.
LA CONOSCENZA E’ UN DONO NON UNA PRETESA.
Perciò essa esige sensatezza, coscienza e gradualità nel favorire le tappe di stima e di fiducia. A volte può capitare, sull’onda dell’entusiasmo, di precipitare nella fretta di giungere alla mèta, nulla di più errato! La vita hai suoi ritmi chiede la pazienza del percorso cadenzato e la calma per l’acquisizione della fiducia che va verificata. La vita non va “sbattuta in prima pagina” perché venga sbranata dal primo e più violento avventore spinto da un’curiosità. La conoscenza va calibrata nelle relazioni personali che sono a fondamento di quelle comunitarie. Gli incontri comunitari a volte possono essere di stimolo e di sprone al superamento della timidezza e dell’esagerata riservatezza; esse potrebbero sfociare nella pigrizia nell’uscire dal caldo uterino del personalismo e dell’individualismo che, se non superata, porta all’atrofizzazione della stessa esistenza privata della sua essenza: la comunicazione nella relazione.
Per vivere la fraternità, dono del battesimo, è necessario ri-conoscere nell’altro colui che ha gli stessi sogni, le stesse aspirazioni, la stessa vocazione alla figliolanza divina-umana, la stessa gioia dell’amicizia con il Risorto e la stessa speranza alimentata dallo Spirito che costruisce la storia e la consegna al futuro radioso del Regno di Dio. Comunicarsi e conoscere questo è solo realizzare ciò che già siamo in quanto scritto nel DNA dello Spirito di Dio partecipato a noi nella creazione (nascita) e nella ri-creazione (battesimo). Insieme a ciò è necessario comunicarsi la vita nella verità di ciò che essa stessa è, non fuggendo o soprassedendo a ciò che “dispiace”.
L’onesta analisi è percorso di grazia per una crescita condivisa e fraterna. La vita fraterna nella comunità ecclesiale alla quale il battezzato è chiamato non è quella che si limita all’ambito familiare o al cerchio borghesemente consolidato degli “amici” che, con superficialità, si parla addosso in quanto tutto è già sperimentato e risolto basta non “disturbare” e “disturbarsi”.
Nel Regno di Dio la conoscenza del fratello ha i confini del cuore stesso di Dio che non ha confini se non nel cuore di ogni uomo chiamato alla comunione.
Conoscere   è aprire le braccia dell’accoglienza.
Conoscere   è prendere sul serio l’ascolto della vita del fratello.
Conoscere   è farsi carico dei sogni e delle attese
Conoscere   è entrare nella logica della fraternità.
Conoscere   è realizzare ciò che siamo: comunicazione.
Teoria?   Utopia?   Sogno irrealizzabile?   Pensiero infantile?  Non credo che Dio sia così!
Sono convinto che è la VIA, la VERITA’ e la VITA del Vangelo.
Colui che ci ha chiamati a sé perché trovassimo posto nel suo cuore aperto dalla sofferenza per farci toccare l’amore con il quale ci ha amati fino alla fine ci guiderà e ci conforterà. Il suo Spirito ci donerà l’entusiasmo e il fuoco che arde inviandoci come annunciatori della novità così antica e sempre nuova.
A noi il compito di LASCIAR FARE A DIO e di credere con coraggio: ciò che sembra impossibile per me è naturale per il Signore.
Noi non siamo migliori di Lui a costruire la sua santa Chiesa in comunità di santi.

Don Franco De Marchi
parroco

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Catechesi del parroco – aprile 2010

Archivio Catechesi parroco

… È risorto per noi

Carissimi già Pasqua!

par_006.gifIl tempo corre veloce ritmato dal battito d’ali dell’Amore che non si ferma nel contemplare il già fatto, ma assapora la gioia di donare proiettandosi, con occhi limpidi e sereni, verso nuove mète. Per me, questi, sono stati mesi di scoperte, di intense esperienze di gioia, e anche di qualche inevitabile piccola sofferenza. Gioia di trovarmi in una realtà completamente nuova, tra gente cordiale verso la quale mi sono impegnato ad avere un atteggiamento discreto di ascolto attento e di accoglienza rassicurante.
Piccola sofferenza per la fatica dell’inserimento nelle novità inattese; per gli atteggiamenti non sempre attenti alle differenze di responsabilità, per le nostalgie che, a volte, martellano il cuore; per le piccole incomprensioni, le analisi che richiedono benevolenze e lucidità serena, e le pazienze per le trasformazioni di nuovi innesti di speranza.
Vi ringrazio, anche a nome di don Piero, per la bella accoglienza che ci state riservando durante il nostro pellegrinaggio presso le vostre famiglie in occasione della benedizione pasquale.  Per me è tutto nuovo e sto vedendo le vostre case, i luoghi della vostra vita lì dove si gioisce e si soffre; con alcuni ci siamo conosciuti, con altri conosciuti meglio, sono stati gesti semplici, una stretta di mano, un sorriso, una battuta, piccole cose che portano il sapore della benevolenza, della stima e dell’accoglienza generosa. Sono sicuro che gradualmente ci sentiremo sempre più comunità, senza inutili e antipatiche forzature che lasciamo a chi ancora non ha acquisito la capacità di superare le schematizzazioni obsolete e le separazioni interessate. Noi crediamo alla forza dell’entusiasmo per annunciare il Vangelo e la festosa, paziente, ma inevitabile costruzione di nuovi orizzonti.

…E’ risorto per noi
Kèrigma festoso per le indifferenze sedimentate e le chiusure stratificate. Chi avrebbe creduto che l’uomo della croce potesse risorgere? Eppure alle donne incerte di quel primo giorno della settimana una voce decisa e suadente: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è  qui, è risorto!”
Questa Pasqua di resurrezione ora è per te amico/a che sperimenti l’abbandono, la solitudine, l’indifferenza, la lontananza, il sospetto, la delusione, la noia…

…E’ risorto per noi
Grido che da duemila anni squarcia il buio della notte e ridona speranza ai cuori stanchi, alle attese deluse, alle stanchezze di routine.

…E’ risorto per noi
Oltre l’indifferenza e la superficialità dove troppo  spesso conduciamo la splendida avventura della nostra vita non apprezzandone la bellezza sperimentando così di essere accecati dalle luci artificiali delle illusioni che inceneriscono le attese e conducono alla solitudine.
Questa Pasqua di primavere sorprendenti ora è per coloro che hanno il coraggio di chiudere il peccato nel sepolcro del passato e si mettono dentro il viaggio di liberazione, ma è anche per coloro che non si accontentano della nostalgia dei ricordi, ma seguono la luce che splende oltre il buio artificioso dell’abitudinario.

…E’ risorto per noi
Collaudata comunità che ancora vuoi assaporare la tenerezza premurosa della paternità di Dio che ci prende per mano e con infinita pazienza ci insegna a camminare.

BUONA PASQUA…
Augurio     nuovo che da voce e concretezza all’attesa e alla speranza del mondo  rinato dal buio della morte dove si è cacciato.
Augurio     festoso per gente scontenta e triste incredula alle aurore di senso che possono ancora sorgere all’orizzonte.
Augurio     domenicale portato da Angeli splendenti di luce che, seduti sulle tombe vuote delle illusioni, annunciano: Non abbiate paura! È risorto!
Augurio     forte  per chi, finalmente, decide  di costruire la civiltà dell’Amore.

Don Franco De Marchi
parroco

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Catechesi del parroco – marzo 2010

Archivio Catechesi parroco

Ascoltare è…

Carissimi,

un saluto cordiale a tutti voi, alle vostre famiglie che ci accingiamo a visitare in occasione della benedizione e un saluto a tutti coloro che portate nel cuore; un saluto anche a chi è lontano dalla comunità a causa dei differenti motivi di ciascuno, tutti degni di rispetto, di ascolto e di interesse.  Ormai da una settimana e più è iniziato il tempo austero e prezioso della Quaresima, vogliamo  ancora intrattenerci sulla prima tappa della costruzione di una comunità arcobaleno: L’accoglienza e cominciare a specificarne i vari aspetti che la costituiscono; ci soffermeremo sull’ ASCOLTO.
par_005.gifMai come in questa epoca storica l’uomo fa esperienza di una comunicazione abbondante in tutti i settori della relazione. È decisamente passata l’epoca romantica dell’attesa e della speranza di ricevere notizie e risposte sulla salute, la situazione della vita e quant’altro con la conseguenza che queste arrivavano sempre in ritardo e in modo farraginoso. Ora sappiamo tutto, o quasi, in tempo reale e a volte anche troppo in fretta senza avere il tempo di prepararci psicologicamente alla loro accoglienza. Non ci è concesso, dalla ristrettezza e avarizia del tempo di elaborare e di interiorizzare le conoscenze perché altre incalzano e sovrastano facendo diventare sorpassato, vecchio e obsoleto lo stesso presente. In tutta questa assurda frenesia del comunicare viene meno la capacità-possibilità di accogliere ragionevole come frutto di una scelta, ma soprattutto viene meno la disponibilità all’ascolto come attenzione; ci interessano più le notizie che le persone e questo è uno dei grandi sacrilegi laici che stanno inquinando e minando le basi, già fragili e insicure della convivenza umana. Quando le cose vengono prima delle persone allora vuol dire che si sta percorrendo strade contrarie alla dignità e inevitabilmente si costruiscono immagini dell’uomo che esaltano il suo avere, il suo fare, il suo apparire indirizzandoci verso un grande e continuo carnevale che nasconde dell’essere diventato troppo fragile per proporsi ed esalta la grande bugia del mostrare pura estetica dell’apparenza.
“Ma noi abbiamo conosciuto la Carità di Cristo Gesù nostro Signore e abbiamo sperimentato nella fede la bellezza dell’Amore. Chi incontra Gesù incontra se stesso e l’altro diventa fratello dono prezioso della paternità di Dio e stupendo tesoro dell’amicizia in Cristo con la pienezza di vita dello Spirito Santo. Noi non vogliamo omologarci  conformandoci alla mentalità di questo mondo, ma vogliamo trasformare, rinnovando, il nostro modo di pensare per essere in grado di discernere ciò che è buono, giusto e gradito a Colui che amandoci ci insegna l’amore” (vedi Qui Piedigrotta febbraio 2010)
Accettiamo quindi, come comunità cristiana, la grande sfida della contemporaneità e ristabiliamo, con pazienza, che rispetta i ritmi e i tempi di liberazione e di maturazione, una sana capacità di ASCOLTO.
Ascoltare è: Fermare la corsa che sta frantumando la gioia di vivere.
Ascoltare è: Trovare la calma necessaria per ritrovare se stessi e gustare la festa dell’essere.
Ascoltare è: Intraprendere il viaggio più difficile ed entusiasmante dell’intera esistenza umana quello che conduce nel microcosmo della propria interiorità alla scoperta della verità su se stessi e le potenzialità di saggia programmazione per costruire il proprio io come capacità, volontà e forza affettiva di intessere relazioni autentiche.
Ascoltare è: Porre totale e nuda attenzione a sé, agli altri e a Dio smantellando le barriere della superficialità, della pigrizia spirituale e dell’indifferenza culturale.
Ascoltare è: Far spazio alle ragioni dell’altro ritenendole  degne di rispetto in quanto frutto del pensiero di un uomo; accoglierle come ricchezza di una diversità condivisa,  palestra di crescita e confronto culturale per una ricerca comune del bene e della verità.
Ascoltare è: Vincere l’orgoglio di credere che ognuno basti a se stesso e cullare sogni di onnipotenza dove tutto deve girare intorno all’io.
Ascoltare è: Farsi carico della vita degli altri conducendo l’esistenza fuori dai confini del proprio egocentrismo che mortifica uccidendo la relazione e prendere coscienza che solo insieme è possibile una vita dignitosa.
Ascoltare è: Aprire le porte del proprio materialismo nichilista per far spazio di attenzione al Dio della vita e dell’Amore.
Ascoltare è: Buttare nel bidone della spazzatura tutto l’inutile di cui ci siamo rivestiti credendoci più forti e più veri rivelandosi invece catena e prigione della autenticità di vita.
Ascoltare è: Imparare a dare credito alla Parola di Dio e non al dilagare delle parole umane che diventano insignificanza proprio del comunicare assumendo lo stile del dire tanto per non dire niente.
Ascoltare è: Aprire il Vangelo e confrontarsi con Gesù che è silenzio-ascolto e parola.
Impariamo l’arte dell’ascoltare e costruiremo la nostra vita e la comunità come capolavoro di Dio.

Don Franco De Marchi
parroco

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Catechesi del parroco – febbraio 2010

Archivio Catechesi parroco

“Accoglietevi gli uni gli altri”

Carissimi,

un saluto affettuoso a tutti e la testimonianza della gioia di Gesù che scaturisce dal cuore riempito del suo Amore.
par_004.gifIn questo mese di febbraio, nel quale vivremo la spensieratezza del carnevale e l’inizio del tempo austero della quaresima, vogliamo intrattenerci sul primo argomento-tappa della costruzione di una comunità arcobaleno segno dell’alleanza di Dio con il suo popolo di credenti in Cristo che vive nella nostra parrocchia: L’ACCOGLIENZA.
Ma cos’è l’Accoglienza? 
Viviamo in una società multietnica- culturale e religiosa e le integrazioni non sono sempre facili e tanto meno scontate, si fa fatica, molta fatica, ad accogliere e accettare l’altro. Da una parte si sente il bisogno di confronto e di scambio percependolo come necessario al progresso, ma dall’altra parte non si accetta l’immigrazione e tanto meno si accoglie l’altro nella sua differenziazione e diversità su vari livelli. La relazione con l’altro è regolata non sulla persona ma sugli interessi economici. Si vorrebbe una omologazione pur sapendo che questa non è né giusta né possibile in quanto non rispettosa della persona, si accetta il lavoratore, ma non lo si vuole con i stessi diritti e doveri; l’altro deve sempre essere identificato nella sua diversità e spesso questa la si enfatizza fino a farla diventare un marchio di riconoscimento, di separazione e di inferiorità. Tale situazione sta creando, anzi ha già creato, un clima pesante di diffidenza che genera paura e sfocia nella relazione di un atteggiamento difensivo che innalza muri ideologici e sociali di netta separazione. Sembra che tutto sia permesso nei confronti dell’immigrato e del diverso fino ad istituzionalizzare ingiustizie e sopraffazioni.

Ma noi abbiamo conosciuto la Carità di Cristo Gesù nostro Signore e abbiamo sperimentato nella fede la bellezza dell’Amore. Chi incontra Gesù incontra se stesso e l’altro diventa fratello dono prezioso della paternità di Dio e stupendo tesoro dell’amicizia in Cristo con la pienezza di vita dello Spirito Santo.
Noi non vogliamo omologarci  conformandoci alla mentalità di questo mondo, ma vogliamo trasformare, rinnovando, il nostro modo di pensare per essere in grado di discernere ciò che è buono, giusto e gradito a Colui che amandoci ci insegna l’amore (cfr. Rm. 12,1)
È per questa ragione che la nostra Comunità Parrocchiale vuole continuare e migliorare il cammino intrapreso da anni verso l’altro. Vogliamo riproporre i passi illuminandoli di nuovo entusiasmo con modalità adatte ai nostri giorni. Il primo passo è accogliere la festa dei colori che danza nella differenziazione.
Ogni diversità è pienezza di identità e può essere risorsa o ostacolo.
Ostacolo per chi non ha ancora conosciuto l’amore, risorsa per chi ha assaporato la bellezza del donare e del ricevere.
Solo chi sa amare e si lascia amare sarà capace di ACCOGLIENZA.
Accogliere è accettare se stessi e vivere in mezzo agli altri che sono diversi da sé.
Accogliere è non avere aspettative e pretese sull’altro, ma apprezzare quello che egli è e può offrire, sapendo che nessuno è così misero da non avere nulla da dare in dono.
Accogliere è un atteggiamento della bontà  e della benevolenza dell’essere umano che prende coscienza della sua dignità.
Accogliere è disponibilità verso colui che è simile a te.
Accogliere è catechizzare il cuore per giungere alla generosità di aprire la porta, liberando così il sentimento più profondo dell’anima.
Accogliere è dare qualità alla vita superando la solitudine capaci di accorgersi dei bisogni.
Accogliere è fare a se stessi il dono della possibilità di realizzare il proprio io nella complementarietà.
Accogliere è esaudire il desiderio di pienezza. Accogliere è nostalgia di insieme è bello. Accogliere è guardare con amore facendo stare a proprio agio l’altro.
Accogliere è andare oltre la meschinità degli orizzonti ristretti e atrofizzati del possedere.
Accogliere è sorriso nel cuore e cammino sereno nell’avventura della vita.
Accogliere è fiducia è verità, è gioia, è vita.
Impariamo l’arte dell’accogliere e costruiremo una comunità capolavoro dell’amore di Dio.

Don Franco De Marchi
parroco

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Catechesi del parroco – gennaio 2010

Archivio Catechesi parroco

Progetto Arcobaleno

Carissimi,

par_003.giformai sono tre mesi che siamo insieme e la gioia di esserci mi riempie il cuore di gratitudine al Signore e a voi tutti per l’accoglienza calorosa e generosa che mi avete riservato. In questi mesi ho potuto toccare con mano la ricchezza spirituale e la grande disponibilità alla collaborazione che c’è nella nostra comunità parrocchiale, questo vi fa onore e mi stimola ad una attenzione vigilante per individuare e aiutare a far crescere i doni (carismi) che il Signore, attraverso il soffio dello Spirito, ha elargito con tanta sollecitudine fra di noi.  Ringrazio tutti per la risposta alla vocazione di lavorare nella vigna del Signore, nei mille modi della  grande fantasia di Dio, sapendo che operare non è necessariamente andare a fare qualcosa, ma è esserci con disponibilità e gratuità, con simpatia e benevolenza, con attenzione e partecipazione, e soprattutto con la preghiera di lode e di intercessione. La costruzione del corpo di Cristo, che è la comunità dei credenti, è la chiamata ricevuta nel battesimo e si realizza nel coraggio dell’amore accolto e ridonato avendo più attenzione per le persone che per le strutture e le cose da fare. Credo di individuare correttamente e di leggere con sincerità la realtà socio-religiosa nella quale la nostra comunità vive se propongo come impegno pastorale una più attenta evangelizzazione ad intra come fondamentale per quella ad extra. Abbiamo bisogno di un rinnovato impegno di conoscenza profonda ed intima del nostro Salvatore Gesù Cristo e dell’altro come fratello e sorella, dono stupendo di Dio. È su questa strada che si gioca in nostro futuro di persone e di comunità. Il 3 ottobre scorso ho proposto agli operatori pastorali il tema: La casa riempita di vento come riflessione sull’azione dello Spirito Santo nella costruzione della Comunità. Nel brano degli Atti degli Apostoli (1,12-26; 2,1-4) preso in considerazione si parlava della forza di un Vento gagliardo che si abbatteva sulla casa dove erano riuniti e di una nuova lingua che radunava tutti nella fede in Cristo risorto.

Ecco quanto vi propongo:

1- Non avere paura ad entrare nella comunità, sarà lì dove imparerai a capire che è proprio questo ciò che da sempre hai cercato nella faticosa comprensione del senso e del significato della tua esistenza.
2- È necessario entrare dentro di te per comprendere la tua unicità e la tua differenza come  dono dell’Amore di tenerezza del Padre e specificità del tuo modo di essere. Solo differenziandoti puoi amare ed essere amato.
3- Concepire la comunità come soggetto di pastorale e costruirla cominciando da una accoglienza precisa, solerte, generosa, puntuale, gioiosa, simpatica, misericordiosa basata sull’esperienza personale di Cristo. Solo l’Amore rende possibile il sogno di Gesù quello che noi nemmeno osiamo sperare.
4- Passare da una casa (Chiesa) di  individui ad una casa (Chiesa) comune di veri fratelli che si prendono cura gli uni degli altri facendosi compagni di viaggio nella paziente e faticosa costruzione del regno di Dio rendendo possibile la civiltà dell’Amore.
5-  Per questo credo sia necessario metterci tutti nel: 

PROGETTO ARCOBALENO
L’arcobaleno (Gen. 9,1-17) è il segno dell’alleanza nella nuova creazione e porta con sé il giuramento di Dio che non vi saranno mai più distruzioni dell’umanità. Esso viene posto come ponte tra il cielo e la terra eliminando la lontananza incolmabile e costruendo la relazione nel dono offerto e ricevuto.
L’arcobaleno lo propongo come icona della Comunità parrocchiale di Santa Maria di Piedigrotta.
L’arco è formato da colori base che hanno chiara la propria identità e a questa mai vi rinunciano, ma, nell’amore di Cristo, si donano alle altre identità e nello stesso tempo accolgono il dono della differente identità degli altri, arrivando così alla festa della comunione.
Bisogna avere il coraggio di sognare ciò che nemmeno osiamo sperare, credere che sia possibile ciò che noi giudichiamo impossibile perché “nulla è impossibile a Dio” e i sogni, attraverso la nostra disponibilità e collaborazione Dio li realizzerà. Nel tempo odierno dell’individualismo più esasperato noi accettiamo la sfida di una paziente costruzione della Comunità famiglia di Dio.
L’arcobaleno sarà per noi il segno del mirabile equilibrio tra la capacità nel donare e la generosità del ricevere.

Irreale? Sogno? Utopia? Impossibile?

Non lo sapremo mai se non proveremo a realizzarlo; non vogliamo lasciarci vincere dallo sconforto nella fatica. Credo sia affascinante avere questa speranza! Il lavoro sarà lungo ed esige una conversione del cuore , della mente e delle progettualità che potrebbero averci condotto lontano dall’ ideale del Vangelo. Il messaggio di Gesù non è un messaggio politico, sociale o economico; non è un antidoto al male che governa le relazioni, ma è l’utopia divina dell’Amore gratuito come proposta di novità alternativa alla cultura della morte, per cedere il passo alla speranza della rinascita di un uomo nuovo non più a immagine dell’obsoleto insignificante, ma immagine del Creatore e Signore della storia e dell’uomo.
A tutti auguro uno splendido percorso di vita.

Don Franco De Marchi
parroco

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Catechesi del parroco – dicembre 2009

Archivio Catechesi parroco

È ancora tra noi…

Carissimi,

par_002.jpgcome ogni anno, puntuale giunge per noi il Natale, festa della vita, festa dell’uomo, festa di Dio. Con la sollecitudine dell’ Amore, ancora una volta Dio è tra noi nella concretezza dei segni e dei gesti dell’uomo infaticabile costruttore della civiltà dell’amore. Spesso sono gesti nascosti, anonimi, ma recano la forza della speranza e la fiducia della Carità.
Vorrei ancora una volta entrare, se possibile, nelle vostre case con la discrezione di chi non è ancora sufficientemente conosciuto e con la trepidazione del forestiero in una storica e consolidata comunità che per molti di voi è punto sicuro d’incontro, per altri luogo del mistero avvicinato nella devozione, per altri ancora realtà appena avvicinata o riavvicinata, ma mi auguro, per tutti possa diventare sempre più riferimento di speranza riuscendo a costruire nuovi e solidi rapporti di stima e di amore fraterno.. È questa speranza-impegno che mi spinge a spezzare con voi e per voi la Parola di Dio e il Pane dell’Eucarestia.
…È ancora tra noi.
Questo annuncio forte e semplice squarcia il buio dell’indifferenza e il freddo gelido della superficialità riscaldando pian piano il cuore di chi sa accorgersi che non tutto è illusione o delusione. Dio-Amore si fa bambino e gioca con noi ritornati ad essere bambini, accende luci di gioia e compie gesti di pace.
La vita a volte è difficile, il lavoro spesso è precario e manca, le integrazioni problematiche e le convivenze sopportate… Ma oggi è Natale!
Fermati amico/a, entra nell’intima misteriosità del tuo cuore, lì sarà la tua Betlemme.
È tempo di novità, si accende una stella e tu puoi avere il coraggio di guardare in alto, mèta del tuo futuro, realtà scelta nel presente. È necessario liberarsi dalle sclerotizzazioni di inutili ricordi e di certezze obsolete: guarda che sei tu!
Tu sei dono della vita alla fantasia di un mondo che sempre più assume le dimensioni del villaggio e i colori festosi dell ‘arcobaleno.
…È ancora tra noi.
Annuncio per chi, nonostante tutto,
è un irriducibile cercatore di significati,
per chi crede che la vita
sia un valore inalienabile,
per chi si impegna affinché ogni persona
abbia la dignità dell’umano.
…È ancora tra noi.
È l’annuncio che Dio non è indifferente, lontano o straniero alla terra, all’uomo, alle sue solitudini alle sue sofferenze e alle sue disperazioni. È’ dire con più forza: sì alla vita, sì a Dio che si consegna bambino nella sacralità del fragile e nel dono splendido dell’affidarsi.
…È ancora tra noi.
Ma tu lo riconoscerai?
Dove cercherai questo Dio nascosto e visibile?
È ospite intimo e a volte straniero.
È padre, madre e a volte figlio.
È fratello, sorella e a volte amico
vicino e lontano.
Egli È e questo basta
per dire che anche tu ci sei…
e sei vivo!

Buon Natale.
Non vuol dire parola e augurio stereotipati o insignificanza del dire scontato e banale.
Non vuol dire inutile consumismo pagano e pura apparenza nel segno del superfluo come ostentazione dell’avere.
Non vuol dire stupida e inutile baldoria espressione sguaiata del vuoto e del nulla.
Vuol essere invece canto al mistero nascosto in una semplice e sempre nuova parola: VITA.
Vuol essere tenerezza dell’accorgersi di coloro ai quali fu rubata la dignità e possono ostentare solo la miseria interiore ed esteriore.
Vuol essere gioia e serenità di chi non vuole essere e sentirsi solo e ha il coraggio di cercare solidarietà.
È augurio di Colui al quale tu interessi fino al punto di farsi carne della tua carne, bellissima avventura nella tua avventura, perpetuo gioco del tempo oltre lo spazio, la storia e il ritmato trascorrere del divenire.
È dono di Colui che si fa dono perché la tua povertà si riempia di dono e tu stesso ti possa fare dono a chi doni non riceverà.

Buon Natale a chi natale non avrà.
Buon Natale a te povero delle nuove stalle.
Buon Natale a te ricco e disperato.
Buon Natale a te donna che accolgo come sorella.
Buon Natale a te uomo che scelgo come fratello.
Buon Natale a te che fai fatica a credere nell’uomo.
Buon Natale a te per il tuo cammino di comunità. Buon Natale a te che accogli la gioia.
Buon Natale a te…

Don Franco De Marchi
parroco

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Catechesi del parroco – novembre 2009

Archivio Catechesi parroco

SARÀ BELLO…

Carissimi,

il mio saluto è per tutti voi.
par_001a.gifCome vorrei conoscervi tutti, ma dovrò avere la pazienza del tempo che ci condurrà all’incontro. Sono DON FRANCO DE MARCHI il vostro nuovo parroco. Voglio parlarvi di me per farmi conoscere un po’ e così entrare, sia in modo discreto e in punta di piedi nelle vostre case per dirvi: “ci sono!”.
Sono nato a Salvarosa piccola frazione di Castelfranco Veneto in provincia di Treviso il 16 maggio 1951.
La mia è una storia come tante altre storie. L’avventura, di una persona tra tante altre persone, cominciata fin dall’età dei sogni e degli entusiasmi innocenti e puri, belli come sono belli i cuori dei bambini che il Signore della vita fa sbocciare nel mondo arido e sterile. Ero bambino, quando la voglia di essere, come l’ideale incarnato in una persona che mi aveva affascinato (il mio parroco),  ha guidato i miei passi verso il Seminario S. Pio X a San Floriano di Castelfranco Veneto (TV). Ignaro dell’impegno nella quotidianità, ma già sedotto da  Dio, provavo le ali per volare nello spazio libero dei sogni di bambino. Entrando in quel luogo affascinate: una bella casa, tanti alberi e grandi spazi per giocare, a mia madre, vedova da poco e con il cuore gonfio per quella mia decisione, dissi: “Adesso finalmente sono nei miei contenti”. Certo frase infantile di una mente libera e serena, ma anche punto fermo nella mia voglia di cercare e trovare. Nel tema di italiano, come prova d’ingresso, alla domanda: ”Cosa vuoi fare da grande”, rispondevo: “Vorrei essere prete e quando le mie mani tremanti toccheranno l’ostia, diventata il corpo di Cristo attraverso le mie parole, saprò di essere veramente e finalmente felice”; subito dopo, quasi spaventato di quello che avevo scritto, aggiunsi, per depistare il giudizio di chi avrebbe letto, che avrei voluto fare anche il pilota e altre cose banali come il ballerino; mi aveva preso quasi una vergogna di bravo ragazzo.
Era cominciato così! Ben presto, però, la nostalgia di casa e le difficoltà nello studio misero a dura prova l’iniziale entusiasmo, ma la voglia di vedere come andava a finire ha sempre mosso il motore interno del cuore. Vennero gli anni dell’adolescenza, della giovinezza, della contestazione e della caparbietà, a volte testarda, nella ricerca di autenticità e di verità. Vennero gli amori, le illusioni e le cocenti delusioni, le incompatibilità e il cammino difficile per la formazione della personalità e la chiarezza del futuro.
Una speranza-certezza mi ha sempre sostenuto: Fare della mia vita qualcosa di speciale, di non accontentarmi delle cose acquisite a basso prezzo, di non essere soddisfatto fino a quando il cuore non fosse pieno di amore. Gradualmente giunsi alla conoscenza dell’unica cosa che avrebbe riempito il cuore e che avrei potuto donare senza assaporare il vuoto successivo al dono: Gesù Cristo.
Decisi che doveva essere così!    Gli anni dello studio filosofico diedero terribili scosse di terremoto e mi ritrovai solo, deluso, sconfitto e in piena crisi di fede.  Ma il Signore vegliava al mio fianco e mise sulla mia strada un confratello-amico che mi aiutò a vedere oltre la fitta nebbia che chiudeva l’orizzonte: “Il tuo cuore, mi scrisse come augurio di compleanno, sta diventando grande come un lago alla cui acqua già molti trovano la gioia e la dolcezza di dissetarsi! E’ per questo che adesso sanguina, non temere! Stanno saltando i vecchi argini”. Ecco la storia della mia vita e del mio sacerdozio: Allargare il mio cuore per offrire la possibilità a coloro che incontro di assaporare l’Amore di Dio, allargare il loro orizzonte perché possano accogliere il messaggio di gioia del Vangelo.
Il resto è cronaca di avvenimenti e di ministero al servizio della Chiesa nell’Ordine dei Canonici Regolari Lateranensi (preti di vita comune, secondo la spiritualità di S.Agostino, a servizio della chiesa locale).
Ordinato sacerdote il 1° ottobre 1977 per due anni sono stato nel Seminario Sant’Agostino a Frascati (Roma) con il compito impegnativo e difficile della educazione e della formazione umana e religiosa di seminaristi adolescenti.
Inviato poi, a S. Floriano nel Seminario S. Pio X per svolgere il compito di Animatore Vocazionale mi sono trovato benissimo, sembrava il compito fatto per me. Un po’ artista, la musica e il teatro sono stati mezzi potenti per attirare la curiosità e portare i giovani a conoscere il Seminario, il Carisma dei Canonici Regolari e la bellezza di seguire Cristo rispondendo alla sua chiamata.
Dopo nove anni mi fu chiesto di lasciare tutto e iniziare una nuova avventura come vice-parroco nella Comunità di S. Teodoro a Genova. All’inizio non fu facile; una cosa è certa ho amato quella comunità, da essa sono stato amato e insieme abbiamo amato il Signore.
Nel settembre 1997 la fedeltà alla vocazione mi ha condotto a Bologna nella giovane comunità dei Santi Monica e Agostino. Mi fu detto: non c’è la chiesa, c’è uno scantinato, non c’è spazio, non c’è…non c’è… ma tu vai!  Non ebbi sogni sereni e i pensieri non sempre positivi. Mi domandavo: Ma che ci vado a fare?…. Andai a vedere: sì era vero non c’era la chiesa, non c’era, non c’era… Ma trovai una comunità che pregava, che amava il suo scantinato, che mi accolse con affetto e questo bastava! C’era il terreno buono per seminare l’Amore.
Ora eccomi a Napoli a S Maria di Piedigrotta.
Vi dico sinceramente che ci sono venuto contento, mi affascina la città di Napoli e l’essere parroco in un santuario dedicato alla Madonna.
Il mio programma pastorale si riassume in una parola: AMORE, e amare Dio e amarci fra noi allargando così l’orizzonte dell’accoglienza.
Sarà bello accoglierci nelle vostre case che sono il segno della casa del Signore dove si riunisce la comunità.
Sarà bello vivere la nostra umanità come ricerca e costruzione del bene comune e condiviso che guarda alle differenze non come problema alla comunicazione, ma come risorsa e fantasiosa ricchezza indispensabile al miracolo dell’Unità.
Sarà bello capire e sperimentare che non è l’uniformità la strada da percorrere, ma il mirabile (a volte difficile) equilibrio del dialogo, della stima, della cooperazione e dell’accoglienza per fare comunità di comunione.
Sarà bello accogliere l’utopia di Dio dell’Amore gratuito come utopia dell’uomo instancabile cercatore di sensi, di significati e di possibili aperture all’infinito trascendente di Dio che troppo spesso si ritrova ad essere solo costruttore di effimere illusioni.
Sono qui con voi, sono qui per voi.

Don Franco De Marchi
parroco

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