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La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell’altro

La Chiesa ogni anno celebra l’11 febbraio, nella ricorrenza della Madonna di Lourdes, la Giornata Mondiale del Malato. Siamo giunti alla XXXIV giornata e il tema che papa Leone ha scelto per questa giornata è: “La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell’altro”.

Anche noi vivremo in Chiesa alle ore 11,00 la Santa Messa con l’UNZIONE DEGLI INFERMI. Chi desidera ricevere il sacramento dovrà lasciare il proprio nominativo in sacrestia.

Riporto, qui di seguito, alcuni stralci del commento teologico-pastorale proposto dall’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute.

La parabola del Samaritano è uno dei racconti più luminosi e insieme più inquieti del Vangelo. Narra un incontro mancato e un incontro compiuto: due uomini passano oltre, uno si ferma. È il mistero della compassione, ma anche della libertà umana davanti al dolore. Gesù non offre una teoria sull’amore, ma una scena concreta: un uomo ferito, un altro che si china, olio e vino versati, una locanda che accoglie. In questo intreccio di sguardi, di mani e di tempo speso, si rivela il volto stesso di Dio.

La compassione del Samaritano – ci ricorda Papa Leone XIV – non è un’emozione passeggera, ma un modo di amare che si lascia ferire, che accoglie la fragilità dell’altro senza fuggirla.

La compassione, nel linguaggio del Vangelo, non è solo un sentimento: è un verbo che si muove, una forza che trasforma il tempo e lo spazio. È l’amore che si fa carico, che si ferma, che tocca, che accompagna. In questa prospettiva, il Samaritano diventa icona di Cristo, ma anche del discepolo che si lascia abitare dal suo amore: un amore che fascia le ferite del mondo e le porta nel proprio cuore. L’esempio di san Francesco d’Assisi – di cui nel 2026 ricorre l’ottavo centenario del transito – e la testimonianza di santa Bernadette a Lourdes, luogo dove il dolore è accolto come mistero di speranza, mostrano la stessa via evangelica: la via della prossimità che si fa dono, della compassione che genera vita.

Il testo che segue sviluppa questo orizzonte in tre movimenti: rallentare il passo, per lasciare spazio all’altro; lasciarsi toccare dal dolore, per vivere la comunione; suscitare la prossimità nel cuore di molti, perché la compassione prenda la forma della Chiesa.

  1. Rallentare il passo: lasciare tempo e spazio all’altro

La compassione non comincia dai sentimenti, ma dal ritmo. Prima ancora che un gesto, è un modo di abitare il tempo. Nella parabola popolarmente conosciuta come «del buon Samaritano» (Lc 10,25-37), la prima provocazione non è l’aiuto prestato, ma la sosta, il cambiamento di passo che permette l’incontro: «lo vide e ne ebbe compassione» (Lc 10,33). Tutto nasce da un rallentamento. Il Samaritano, a differenza del sacerdote e del levita, non “passa oltre”: si arresta, sospende il proprio cammino, lascia che l’altro entri nel suo tempo. La compassione è l’arte di non avere sempre qualcosa di più urgente da fare.

Viviamo invece in una società che ci educa alla fretta e ci induce alla distrazione. Ci muoviamo come chi è sempre “oltre”: oltre lo sguardo, oltre l’ascolto, oltre il cuore. Non ci fermiamo perché temiamo di perdere tempo, ma in realtà perdiamo umanità. Non vediamo più il volto del dolore perché abbiamo perso la capacità di lasciarci intercettare. Ci difendiamo dietro la teoria o dietro l’efficienza: o parliamo del dolore come problema da analizzare, o lo riduciamo a un servizio da erogare. Così, senza accorgercene, neutralizziamo la compassione.

Rallentare il passo significa riconoscere che l’altro non è un ostacolo ma un appuntamento. È la conversione dello sguardo: non vedere la sofferenza come deviazione dal cammino, ma come luogo del passaggio di Dio. La compassione inizia quando restituiamo al dolore il diritto di fermarci. Non possiamo amare chi non lasciamo esistere, chi non trova tempo nel nostro tempo.

C’è una differenza tra parlare del dolore e abitare il dolore. Il primo resta nell’astrazione, il secondo entra nella carne. L’amore, per essere evangelico, deve dilatare lo spazio dell’incontro. Per questo il Samaritano non si limita a una carezza fugace: si espone, si ferma, si fa vicino, versa olio e vino, carica l’uomo sulla propria cavalcatura, lo porta con sé, si prende del tempo per lui. Ogni gesto è una sosta, un tempo donato, una cura paziente. […]

  1. Lasciarsi toccare dal dolore

Rallentare non basta se non si accetta di lasciarsi toccare. Il Samaritano non si ferma per curiosità o pietà astratta: si accosta, tocca le ferite, versa olio e vino. La compassione non è un gesto a distanza, ma un contatto. È un movimento del corpo e del cuore insieme: si china, si coinvolge, rischia. Chi si lascia toccare dal dolore non rimane spettatore, ma entra nel mistero dell’altro con pudore e coraggio. La nostra cultura, invece, tende ad anestetizzare la sofferenza. Ci difendiamo con l’idea che basti un farmaco, una soluzione tecnica, un gesto rapido per “risolvere” il problema. Anche nell’azione pastorale spesso rischiamo di confondere la cura con l’efficienza. Ma ci sono dolori che non si eliminano: si attraversano. Il primo passo non è guarire, ma infrangere la distanza.

È il gesto di san Francesco quando, ancora giovane e inquieto, incontrò un lebbroso sulla strada di Assisi. In quell’epoca i lebbrosi erano considerati impuri, esclusi dalla società e temuti come contagiosi. Francesco, istintivamente, avrebbe voluto fuggire; ma in lui maturò una decisione nuova: fermarsi, accostarsi, abbracciare e baciare quel lebbroso. […]

Non fu un miracolo nel corpo, ma un miracolo nel cuore: Francesco non guarì la lebbra, ma guarì dalla paura. Quell’abbraccio rovesciò la sua sensibilità: ciò che prima era disgusto divenne tenerezza, ciò che sembrava contaminazione divenne comunione.

È qui che fiorisce la vera compassione: quando smettiamo di voler “gestire” il dolore e scegliamo invece di abitarlo con l’altro. La guarigione più grande non è quella del corpo, ma quella della distanza.

È in quel contatto – nelle ferite che si toccano – che si apre lo spazio della grazia. Il dolore ha molte forme – fisico, psichico, morale, spirituale – e ciascuna chiede una prossimità diversa. Ma, in ogni caso, l’amore autentico non teme il contatto. Gesù non ha guarito solo con le parole, ma con le mani, con la saliva, con l’abbraccio. […]

  1. Suscitare la prossimità nel cuore di molti

La parabola del Buon Samaritano non si conclude con un gesto solitario, ma con una consegna: «gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui» (Lc 10,34). Il Samaritano non trattiene, ma coinvolge. La compassione, infatti, non è solo un’esperienza o una virtù individuale: è una responsabilità condivisa. Il dolore non può essere portato in solitudine: ma chi si è lasciato ferire dall’amore impara a generare comunione, coinvolge altri: la prossimità si fa Chiesa.

L’albergo della parabola oggi non coincide con le strutture o le opere, ma con la disponibilità di molti a lasciarsi coinvolgere nella forma della comunione ecclesiale.

Sono i volontari che prestano tempo e mani, i professionisti che esercitano la cura con assoluta competenza e in molti casi come vocazione, i ministri e i consacrati che testimoniano la prossimità di Dio in mezzo al dolore. In ciascuno di loro si rinnova la parabola: non perché abbiano risposte pronte, ma perché sanno restare accanto. L’amore che si organizza diventa servizio, ma l’amore che si radica nella fede diventa segno del Regno. È questo il senso dell’«albergo»: una comunità che custodisce, che accompagna, che continua l’opera iniziata dal Samaritano.

09/02/2026

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